A PESARO IL DANDY CARMELO

di Maurizio Liverani

E’ una sorpresa gradevole che, a tanti anni dalla sua morte, si torni a parlare di Carmelo Bene. L’iniziativa della Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro di riproporre “Nostra signora dei Turchi”, per i cinquant’anni dalla prima apparizione, è un fatto che definiremmo memorabile. Ci dice che i campioni del dissenso non muoiono mai. In che consisteva il dissenso di Carmelo? Persuaso dell’inutilità di ogni principio di spiegazione, era convinto che il solo messaggio valido deriva dall’apparenza sensibile. “E’ il ‘come’ che conta”. Screditati i “contenuti”, inutilizzabili i significati, sopravvive la forma. Una vera e propria rivoluzione condensata in “Nostra signora dei Turchi”, un film indimenticabile per invenzioni e risorse figurative. Il “colloquio” teatrale di Carmelo con il pubblico rigurgitò (si era intorno agli anni ’70) di tossine che irritarono il perbenismo degli spettatori non preparati alle “sorprese”. Questo “demonismo” prendeva vita dal terrore della dissoluzione, con la morte, del corpo. “E’ un Bene cattivo”, mi disse Ennio Flaiano con un lampo di compiacimento. Era l’anti-cuore, l’anti-presepe, l’anti-serraglio del convenzionalismo, di attori che recitano come doppiatori. “Si deve accusare – mi confidò Carmelo – la parola dell’oppressività che porta nella lingua con il peso di tutto il bagaglio di classicità ambulante”. Con Bene è nato un tipo nuovo di attore che appartiene alla classe eletta degli attori-autori: diversa perché antipatica. Secondo il rimpianto Carmelo, l’attore-autore non deve essere un fine dicitore, non possedere l’arte di porgere senza attendere la risposta. Se non si può sfuggire ai condizionamenti, si può lottare per preservare quella parte dell’individuo che può sottrarsi ad essi. Bene tracciava intorno a sé un cerchio molto piccolo; il simbolo del dandy è, infatti, il club di manica stretta in cui possono entrare i suoi pari o quasi pari. Il dandy, come lo vede, somiglia al dandy visto da Camus; il libertino che nel secolo scorso ha rappresentato una delle figure dell’uomo “revolté” che oggi, in Italia, cerca di uscire dall’emarginazione, tentato a vivere le proprie illusioni. All’emarginato, come lo intendeva Carmelo, si offre la poesia, il nobile, il sublime; uno “stile”, senza far di tutto ciò un obbligo morale. Bisogna rileggerlo questo Carmelo Bene; e bene fa Pesaro a riproporlo.

 Maurizio Liverani