A QUESTO PUNTO… LASCIAMOCI TENTARE DALL’ARETINO !

– di MAURIZIO LIVERANI
  • Quasi di colpo i premi letterari hanno perso il loro “appeal”. Il discredito non è un fenomeno recente. Un noto scrittore prescelto vincitore aveva rifiutato, anni fa, con questa motivazione: “Scelgo di non accettare. Come i governi precedenti, questo (con l’opposizione per una volta solidale) sembra considerare la cultura l’ultima ruota e la meno necessaria…”. Un rifiuto che denuncia una situazione reale. Un vero scrittore sarà sempre dalla parte degli oppressi e contro gli oppressori. Chi sono gli oppressori, oggi? Quelli che hanno capito che tra l’esercito della cultura e quello dei cantanti c’è un’insuperabile incomunicabilità. La scoppiettante salute della canzone è stata indotta dalla televisione. Una salute nociva alla lettura e all’attenzione delle altre arti. L’incomunicabilità tra video e cultura si rivela anche nei telegiornali pubblici e privati; l’informazione privilegia unicamente le risorse degli showman e dei cantautori. Perché tanto silenzio sulla vera cultura? Una risposta indiretta la potremmo trovare in queste parole di George Orwell: “Non è ben certo che il totalitarismo eserciti sulla poesia un effetto mortale quanto sulla prosa”. Per varie ragioni il cantante si accorda più facilmente con una società chiusa alla diffusione delle idee. I burocrati della politica e, quindi, della televisione non amano la vera narrativa per timore di quello che dice. Il livello culturale del Paese nella classifica internazionale è molto basso. Non ci resta che congratularci con i vincitori dei premi. Se poi guardiamo alla televisione, si approda alla constatazione che si modernizzano gli studi, ma i telegiornali procurano a temperamenti morbosamente ansiosi gravi crisi, sudori freddi, soprattutto quando apprendono che un cardinale ha abusato di un minore. Simili notizie vagano sulle bocche dei cronisti dall’aria rattristata, ostentando un dizione incerta che somiglia al ronzio di una vespa. Lo spettatore, pur di non imbarcarsi in un’altra giornata-no, chiude in fretta imprecando. La soavità della lingua italiana è introvabile in questi notiziari che sembrano colti da un sorprendente masochismo linguistico. Può subito nascere un ardore di ricercare un libro in cui la lingua sia trattata con un garbo, con una grazia, una felicità che si accordino con l’italiano deturpato dalla dizione televisiva. Leggere, ad esempio, l’Aretino è una conversione alla gioia. Domanda: perché una lingua così bella, declamata in ogni dove è usata come un listino a lutto, per giunta spesso incomprensibile? La stessa impressione si ricava anche nei talk show e negli spettacoli di intrattenimento. Si ricorre così all’Aretino che si avventa, come scrive nei “Ragionamenti”, sulle parole come la “fame sul pan caldo”, volendo intendere che ne trae la parte più squisita. Ne hanno fatto l’”Anticristo” in persona perché scrisse sonetti lussuriosi, apprezzati da un letterato raffinatissimo come Guillaume Apollinaire. Definito anche “Flagello dei principi”, l’Aretino levò fulmini sulle teste più alte come sulle più alte montagne. Ha lasciato molte opere importanti anche religiose le quali, pur di notevole valore, non gli valsero la clemenza della Chiesa. Ne “I sonetti lussuriosi” è rispettata al massimo grado la prosa “argutetta e saporosa che, disfogata, la collera indulgenziava”. L’Aretino è un linguista superiore anche ai grandi della nostra letteratura. I cronisti della tv dovrebbero studiarlo perché, oltre al gaudio, ne trarrebbero alimento per i loro formulari. Ci pensi chi dirige la televisione; la lingua italiana, se rispettata, induce l’ascoltatore a meditare, non soltanto a imprecare. “L’opera è così gradevole –scrive Apollinaire – e quanto mai attraente”, non per le scuole italiane dove non può essere materia di studio chi volle sulla sua tomba la famosa lapide: “Qui giace l’Aretin poeta tosco, di tutti disse mal fuorché di Cristo scusandosi col dir non lo conosco”.
MAURIZIO LIVERANI