APPELIUS E’ TRA NOI

di Maurizio Liverani

Le grosse familiari imprecazioni vengono in bocca ad Antonio Macaluso da quando la destra per le elezioni a sindaco di Roma ha intrapreso una strada che punta in alto. Con una prosa spericolata rivela una sorta di omertà biologica con un personaggio notissimo nel passato regime. Si tratta di Mario Appelius cui il mussolinismo consentiva di sfoderare definizioni taglienti, alcune brillanti, moltissime volgari e sarcastiche. Baccagliare contro i nemici del monarca padrone lo aveva nel suo dna che lo portò all’organo ufficiale del partito di cui divenne la freccia direzionale. A quel tempo non vi era alcuna cittadella da conquistare. La classe operaia era facilmente manovrabile; i borghesi, considerati molli e sentimentali, dovevano essere avviati alla carriera di uomini-contro, approdavano ad organi di regime dove erano costretti, se erano spiritosi, a “uccidere” il loro destino di spadaccini e di fini umoristi. Un umorista che sfugge anche una sola volta all’humour era considerato al limite un saltimbanco, un fantoccio, un ciarlatano. Rimandato a ottobre in acutezza giornalistica, si dette alla matematica satirica. Appelius fu colpito dalla malattia del regime, l’estremismo vandalico fatto di insulti, di improperi, di accuse, alcune senza fondamento, senza alcun scrupolo pur di favorire il tiranno con argomenti da bigotto. Alla radio urlava contro i nemici del Duce, sposando uno stile da “bava alla bocca”; era un moralista zeppelin che anche nel governo amico trovava motivi per aprire il ventaglio degli insulti, grazie ai quali delle nullità diventavano grandi personaggi. Appelius era l’autore di quelle cronache di regime del famigerato ventennio; nelle sue lodi sperticate al Duce si sentiva l’eco di un metodo, di un fine. Antonio Macaluso, contro i candidati di FI, a volte si fa rauco e flebile, ma quando entrano nella cabina di regia Irene Pivetti e Guido Bertolaso lancia affondi che dovrebbero lasciare tramortito e senza speranza di riscatto il bersaglio. Sono i casi in cui gli amici lo definiscono “méchant”. E’ singolare che in un paese dal carattere pascoliano come l’Italia si usi in politica un linguaggio così astioso e inelegante. Ma ci appare deplorevole anche il tono “angelistico” usato da alcuni schermitori politici; un tono che ci infonde un senso di nausea. Sorprende che in un giornale come il “Corriere della Sera” entrino frasi da samurai nell’atto di scagliarsi con grida feroci sul nemico. Sembra ci sia una Bastiglia da espugnare. Il ridicolo è già espugnato.

Maurizio Liverani