C’E’ SEMPRE, MA NON SI DICE

di Maurizio Liverani

Nel tempo kafkiano della sottomissione e della paura qual è il nostro, l’artista deve lasciarsi invischiare dalla mediocrità sciropposa del conformismo di sinistra, da una “sonnolenza” servile verso chi detiene il potere. Chi si rifiuta di essere un autore erariale, uno scialbo campione accademico, un compunto sacerdote del verbo di sinistra fa i conti con i maestri della repressione. Federico Fellini ha realizzato “Prova d’orchestra”, il primo film politico dell’autore della “Dolce vita”. Un film “engagée”, ma non nel senso unico imposto dai funzionari del mondo totalitario. Per questa pellicola fu regolarmente “bestemmiato”; l’orda dei censori si scatenò dopo la visione privata al Quirinale. Per chi sostiene che non esiste censura, “Prova d’orchestra” è una vivente smentita. Fu girata l’anno stesso del rapimento di Aldo Moro, in una Roma che, prima del “fattaccio”, sembrava alla stampa tollerante e indulgente. I censori di regime si limitarono, allora, a colpire il regista con pallottole di carta, con lividi strali verbali, con tanta più rabbia perché si sentivano inani a mettere il silenziatore al regista della “Dolce vita”. “Prova d’orchestra” è oggi più attuale di allora. Per configurare un’Italia che va alla deriva con scioperi, cagnare politiche, dissesti economici Fellini ricorse alla metafora, all’invettiva allegorica. La scalcinata orchestra disordinata, balorda, sorda agli ordini del direttore era, ed è, l’Italia in rovina, in dissolvimento. Per inseguire il fine “illuministico” di schiarire le menti e tenerle sveglie, usò un escamotage narrativo qual è, appunto, la metafora. Lo stupore dei censori ideologici fu grande quando si resero conto che il film conteneva una rovente polemica contro il regime dei “gauleiter” rossi, mentre la stampa libera deduceva che nel Paese qualcosa avveniva sotto il coperchio del regime. Di lì a poco esplosero gli “anni di piombo”. “Prova d’orchestra” immagina, infatti, che una palla d’acciaio, usata per le demolizioni, riduca in calcinacci la sala di audizione. Gli orchestrali, prima ribelli e insubordinati, riprendono i loro strumenti e, all’imperioso comando del direttore, ricominciano a suonare armoniosamente. Sfuggito ai “vigilantes” della sinistra, Il film fu boicottato; i censori schiumarono rabbia perché il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, fu entusiasta del film. “Ho dato il via agli applausi”, disse ai giornalisti. “Ma non vede”, l’apostrofò un frangiflutti del regime, “che ‘Prova d’orchestra’ è un film reazionario?”. “Nessuno”, replicò Pertini, “può dissentire dalla morale della favola; se non c’è armonia, sia pure con qualche dissonanza, non si può costruire niente. Questo film non né reazionario né progressista”. La pellicola di Fellini subì la stessa sorte che colpì, anni prima, il mio film dal titolo “Sai cosa faceva Stalin alle donne?”. Lo foraggiò un produttore indipendente, il liberale Angelo Rizzoli senior il quale volle che fosse assolutamente fatto, infischiandosi della censura. Non voleva che in Italia si instaurasse una certa mentalità repressiva. Il film apparve nelle sale e subito dopo divenne comune l’espressione “stalinismo in senso lato”, quello che pervade ancor oggi i prati della cultura. Da allora una vera mentalità censoria, già preesistente, si fece più attenta e severa; soprattutto cercava di screditare gli autori non allineati con lo “stalinismo in senso lato”. A Bologna, nel Natale del ’69, il film era al secondo posto negli incassi. Nella città felsinea moltissimi comunisti, “toccati” dalla grazia dell’intelligenza, si ribellarono, insieme ai liberali, quando il sindaco ordinò la rimozione dalle sale. Il rifiuto della discussione, la paura dell’idea che turba si erano già insediati anche nella destra che vuole flirtare con la sinistra. “Sai cosa faceva Stalin alle donne?” è apparso, molto tempo dopo, nelle reti Mediaset a notte fonda. Spiegazione del capo struttura: non possiamo dare in prima serata un film che deride i comunisti. Nel ’70, la pellicola vinse il premio qualità del ministero dello Spettacolo, ma da allora si sono escogitati più rigidi veti sulla stampa, sui media, sulle case editrici. E’ dal dopoguerra che la censura sfugge ogni mezzo per accaparrarsi i mezzi di comunicazione. La liberalizzazione dal sinistrismo è per gran parte una illusione ottica. La divorante strategia dell’infiltrazione e dell’intimidazione è ancora viva.

Maurizio Liverani