CHE FATICA ESSERE LIBERI

di Maurizio Liverani

Nel suo “Matrimonio riuscito” Marcella De Marchis racconta che quando il marito, Roberto Rossellini, aveva delle crisi sentimentali con Anna Magnani lo confortava amorevolmente: “Non te la prendere Roberto, Anna di vuole bene, è una donna irruente. Abbi pazienza”. Sorretta da un eccezionale attaccamento al marito, ha sempre saputo giudicare le altre donne e, con penna leggera, elegante, tale da lasciare stupiti, ha percorso una bellissima storia d’amore. Sembra incredibile che Marcella, la prima e unica moglie di Rossellini, abbia contato tanto, sino alla fine, per il regista di “Roma città aperta”, ma prima autore di tanti film avvolti nell’alone littorio. Non bisogna aver timore di dire che Roberto sia stato o non sia stato fascista: un cineasta del suo talento era assorbito soltanto dal suo talento. Vittorio Mussolini non è stato con lui, e con tanti altri, un ministro qualsiasi. A chi aveva qualità – Marcella lo ricorda – non richiedeva l’iscrizione al fascio. Tutti esortava – tra i mugugni degli iscritti con tessera – a esprimersi. Lo ha fatto con i veri talenti da direttore della rivista “Cinema”, vivaio di registi come Giuseppe De Santis, Gianni Puccini, Aldo Vergano, Romolo Marcellini, diventati, soltanto dopo il ribaltone del 25 luglio, antifascisti. Roberto non è stato né pro né contro; ha diretto nel “Segno della croce” – film antisovietico – pochi mesi prima di dirigere “Roma città aperta”. Aveva nel sangue il gamete brechtiano: bisogna sopravvivere, non per tirare a campare sotto regimi diversi, ma per far conoscere ed educarsi a conoscere. Questa ritornante “querelle” fascista e antifascista è un modulo per i poveri di spirito. “La vita è una sciocchezza – mi disse qualche anno prima di morire – che non merita di essere involgarita dalle ideologie”. Sminuire tutti gli uomini con catalogazioni partitiche, niente mantiene meglio lo status quo di chi vuole esercitare il potere. Roberto era sempre il contrario di quello che ci si aspettava da lui; aveva scelto l’uniforme adatta per un’epoca di conformismo cattocomunista: il meneimpippismo. Nessun rispetto per le idee stabilite dai partiti; ricerca continua di qualcosa che rinnovasse il suo essere morale. Non volle –anzi, non gli riusciva – di usurpare la fama attraverso i partiti. Era irritato dalla noia delle “prese di posizioni”. Questo aspetto del suo carattere ha affascinato Marcella De Marchis, che gli è stata vicina nel bene e nel male, mai animata dal desiderio di vendetta. Chi non l’ha conosciuta come l’ho conosciuta sino alla morte di Roberto l’ha potuta scambiare per un’egocentrica. Tutti si accorsero dopo che è stata la più seria compagna del regista, la più fedele all’idea di un uomo singolare, capitato a vivere, soprattutto nel dopoguerra, nella cretinizzante Italia dei partiti nati dalla Resistenza. E’ stata sempre attratta dal liberalismo cinematografico e sentimentale di Roberto; soltanto gli spiriti liberi possono riconoscere senza riserve il suo valore. La vita di Marcella con il regista non è stata tutto un perdonare, tutto un assolvere; ma tutto un solidarizzare. Tante volte, anche se persuasa di essere nel giusto, l’ho sentita soggiungere con un sospiro di stanchezza: “Non sono io che sbaglio, no, sono io che sbaglio, forse…”. Il suo amore per Rossellini era fedeltà allo spirito di questo imperterrito bastian contrario. Antonello Trombadori voleva portarlo nella “cuccia” comunista. “Siete in troppi –replicò il regista – voglio restare libero”, e aggiunse ridendo: “sarò più conteso”. Sentiva gratitudine per Vittorio Mussolini che, da amico, fece fuoco e fiamme – nel ventennio – per lasciarlo lavorare; perché potesse vivere sotto una buona stella. Nel dopoguerra smise di fare il figliol prodigo delle due Chiese, la “rossa e la biancofiore”; realizzò, per sopravvivere e lavorare, un personale compromesso storico; fece, svogliatamente, anche un film su De Gasperi dal titolo “Anno zero”… incassi zero.

Maurizio Liverani