CONSOLIAMOCI CON IL SESSO

di Maurizio Liverani

Fino a qualche tempo fa l’uomo era inibito, paralizzato dall’artificio della seduzione; di qui l’urgenza del sesso ipersessuale. Si esasperavano labbra, seni, glutei che suscitavano l’ingordigia richiesta di solito dai cinepanettoni natalizi; si collaudavano nuove reclute. Oggi il cinema sembra animato da un proposito di vendetta verso le nuove leve negando loro, sul nascere, il piacere di avvolgersi nell’alone dorato, compagno delle grandi donne dello schermo. C’erano le biondine che avevano scelto per il successo di essere “sciocchine”; l’ingenuità diventava un valore, una specie di ritorno all’adolescenza. Tutte vorrebbero apparire lolite, fanciulle in fiore, tutta ingenuità e maliziosa innocenza. Che lo sguardo dello spettatore sia attratto da “hot pants” attillatissimi è rimproverato soltanto da menti inclini alla pedofilia. Le maggiorate erano di moda in periodi di grandi calamità; in piena recessione, alla borsa del sex appeal vanno sempre meno. Chi nel cinema teme di non restarci, o non riesce ad entrare dalla porta maestra, trova più facile battere la strada dei settimanali. Etimologicamente, il calendario sta anche come il libro delle scadenze, il maschilismo imperante non può nulla contro la svendita delle nudità. La diva “ardita” è ormai un’ante-marcia che si atteggia a lolita. Produciamo meno, esportiamo pochissimo, ma anche le dive dotate di rotondità gemelle, nello schermo, decadono. Una volta eravamo tra i primi nel mondo. Alcune dive credono ancora che sventolare la bandiera aguzzina di un tempo desti interesse. Il tanga non è più allo zenit, l’insistenza sui fondoschiena femminili e sul fosso ristorativo “condiscono” un grottesco volto politico. Il fondoschiena non ha più un connotato governativo, cioè una perentoria esortazione a sperare nelle “magnifiche sorti e progressive”. Lo schermo ha decretato una sorta di devozione ai fianchi, la parte più carnosa del corpo femminile. Gustave Flaubert, l’autore di “Madame Bovary”, ha scoperto una correlazione tra il volto e la linea dei fianchi. Per concludere – lo scrive a Guy de Maupassant – che un bel fondoschiena è indice di una spiccata propensione all’arte. La bellezza è pura spontaneità. L’asserisce Oscar Wilde; nel suo “Dorian Gray” scrive: “La bellezza è un aspetto del genio, anzi qualcosa di più del genio perché non richiede alcuna spiegazione”. La Chiesa lo ha capito per prima e se ne è servita nell’arte con una facondia che non era lontana dall’eloquenza del pulpito. La convinzione che lo spirito religioso si manifesti più chiaramene nel vivido balenio delle natiche  è che Dio, senza il diavolo con le sue promesse erotiche, sarebbe deprimente.

Maurizio Liverani