CROLLA ANCHE LA CULTURA…

di Maurizio Liverani

Ci sbaglieremo, ma abbiamo la sensazione che gli intellettuali seri, senza clamore, abbiano divorziato dai partiti. C’è un declassamento generale dell’intelligenza del Paese che i cosiddetti organizzatori di cultura si rifanno alla considerazione che aveva il ministro Scelba il quale coniò, per il mondo dell’intelligenza, il termine “culturame”. L’Italia torna sempre sui suoi passi. Il reclutamento degli intellettuali non interessa più; quelli che hanno “abboccato” all’amo, offrendo le loro qualità ai partiti di sinistra, vivono giornate tranquille, mentre avrebbero modo di occuparsi di un periodo così terrificante come quello che stiamo attraversando. Potrebbero coalizzare le loro intelligenze e, ad esempio, prendere collegialmente posizione sulla conduzione che i partiti di governo impongono  a questa Italia. Chi, tanti anni fa, ha tentato di gettare una luce sul malcostume politico, come Leonardo Sciascia, fu emarginato con eleganza. Oggi, scrittori di una certa statura morale vengono “bocciati” dagli editori. Un intellettuale orientato non serve più al partito. Ci sono poi quelli in agonia ideologica che sono arrivati finalmente alle conclusioni che le ideologie sono delle scemenze. L’impegno è usato come offesa; una volta era “select” professare idee di sinistra o di destra. Se hai una buona rendita e qualche tiolo in Borsa, perché non dovresti essere anche impegnato? Si domanda il protagonista di “Herzog”, il romanzo di Saul Bellow. Esserlo era l’estremo lusso di chi ha tutto il resto. Alla vigilia di un’elezione, quasi quarant’anni fa – quella che doveva sancire il sorpasso del Pci nella gara con la Dc – a Roma, in alcuni lussuosi attici del centro, si brindava al successo. La festa fu in fretta interrotta. A spegnere le luminarie fu il crollo delle azioni in Borsa; molti nababbi corsero in Svizzera a mettere al sicuro il proprio già cospicuo conto nelle banche elvetiche. Lo snob si adornava di sinistrismo quando questo sembrava alle porte; ma non le ha mai varcate. Il narcisismo politico dei salotti si è illanguidito, non va più l’antiberlusconismo viscerale; non si trovano ferri vecchi per far rinascere lo spirito della Resistenza. Per sovramercato, i giovani intellettuali politicizzati non hanno, oggi, una consistenza cerebrale di lana fina. Sancito il divorzio tra partiti e cultura, si dà grande spazio alla canzonetta. “Piccolo grande amore”, rimasto nelle retrovie delle canzoni per anni, ha consentito il rilancio dell’autore che anche quest’anno è stato riproposto come direttore del Festival di Sanremo. Almeno fino a qualche tempo fa interessavano nell’intelligenza e nel libro, come nei film, punti di vista accettabili di una particolare visione del mondo. Bisognerebbe indagare sulle cause profonde della decadenza vera o supposta dell’attuale produzione e non parlare soltanto di crisi sociale, ma anche religiosa, filosofica, morale e anzitutto estetica e chiedersi perché il Paese, non  per colpa di qualche “tiranno”, ma per disistima verso se stesso, “spregi” l’intelligenza. Incombe nel mondo un onesto silenzio intellettuale, mentre prende piede  un odio feroce verso il diverso.
Maurizio Liverani