DOPPI SENSI ELETTORALI: “MEMENTO MORI”

di Maurizio Liverani

Da quando brancola come un figurino della Rinascente nella politica, Luigi Di Maio sembra indossi una toletta ecclesiastica; atteggia il suo viso in modo da esprimere il pathos del momento. Tutto il suo argomentare si perde a combinare i luoghi comuni dell’eguaglianza Da un rivoluzionario siamo abituati ad attenderci atti da Robespierre; invece niente forche, niente garbugli insurrezionali. Tra un sorrisetto e l’altro, qualche sfumatura di sentimento. Chi fruga nel suo pensiero idee impreviste non trova niente di preoccupante. Ha introiettato da Casaleggio padre tenui sprazzi di genialità. Se consideriamo geniali le invocazioni di ridurre le tasse e, soprattutto, gli stipendi può essere preso come esempio di buona condotta per stabilire nuove distanze sociali. Dio mio, che bel pretino! E’ questa l’esclamazione che è uscita dalla bocca della nostra badante. Non c’è niente che tocchi il cuore dell’italiano più della promessa di elevare il suo tenore di vita. Altre volte Di Maio ricorda un personaggio di Mozart che grida: “Non so più cosa son / cosa faccio”. Tutta la ripugnanza verso la sinistra non è stata che una lunga recitazione per accattivarsi i voti. La prima cosa che gli va rimproverata è di non aver ancora espresso una mezza dozzina di motti arguti; pare ci sia qualcuno che li stia raccattando per lui. Insomma, l’insieme ha un che di limitato e poco inventivo. Una lunga recitazione di tutte le formule anti-partito ha prodotto un atto imprevedibile: una proposta di coalizione con Matteo Salvini che conosce tutto il rosario delle cattive maniere. Il leader della Lega, destinato, per rispetto del ridicolo, a diventare capo del governo, ha mostrato una faccia stupefatta. L’intelligenza politica fatta di inciuci, di intrighi gli è estranea; acquista del credito, soprattutto, quando inveisce contro i “mori” che vuol rispedire a casa loro. Come Montesquieu ha proclamato che il clima va corretto con la legge. Gli riesce difficile capire se il M5s è venduto alla maniera degli altri partiti all’alta finanza. In modo un po’ goffo separa la morale dal dogma. La disperazione razzista è come il vaiolo dell’anima, bisogna passarci. Al Nazareno Di Maio avrebbe un’accoglienza peggiore. Con la sua carica di livore antirenziano qualsiasi cosa dica o faccia si entra nell’ordine dei pensieri tetri; eppure con Bersani, poco tempo fa, il Pd ha cercato di annettersi il movimento pentastellato. Lo stesso tentativo usato con Indro Montanelli il quale aveva ammesso che l’unica sinistra che conti era quella di Botteghe Oscure. I comunisti videro in questo riconoscimento una strizzatina d’occhio e lo invitarono a una festa dell’Unità alla quale il compianto non andò senza scusarsi. L’Italia avrebbe bisogno di un capo di governo spassoso, allegro, danzante, invece le si offre un’ennesima edizione del “momento mori”.

Maurizio Liverani