GLOBALIZZATA E BANALE

di Maurizio Liverani

Chi sono questi uomini di lettere che hanno fatto battezzare la nostra letteratura da un appassionato esperto francese di letteratura italiana “globalizzata e banale”? Sono accomunati nel termine disastro; sono alcuni “librieri” che vivono di recensioni e che nel ventre della letteratura se ne stanno arronciliati come i famosi vermi, più noti come “tenie”. Stanno al crocevia di tutti i premi letterari; ogni anno mettono le dita nel polso delle lettere e se non avessero questo potere vivrebbero fino in fondo la loro bancarotta letteraria. Poi ci sono i critici che hanno una predilezione particolare per i letterati che stanno per indossare il cappotto d’abete, la famigerata cassa da morto. Da Dominique Fernandez ne è venuta la conferma. Il reclutamento degli intellettuali non interessa più di tanto la politica in questo momento; giova più qualche sganzetto o sganzetta canori. E’ sempre stato così. Di questo si lamentò, anni fa, il “Manifesto” di Rossana Rossanda, rimproverando alle soubrettes televisive e altre fascinose di aver oscurato la figura dell’intellettuale. Dal canto loro, gli intellettuali non riescono a formare una corrente, una volta si diceva la “scuola romana”. Non esiste alcuna scuola, nel mondo anglosassone, per esempio, viene ritrattato il modesto credito accordato fuori dai confini italiani a Renato Guttuso. Anni fa fu indicato come un “imbrattatele”; l’autore di questa offesa, quando venne informato che il pittore era morto da tempo, chiese scusa. In realtà, cinema, teatro e letteratura sono in perpetua lotta contro lo scoraggiamento. Aver candidato “La grande bellezza” all’Oscar è stato visto come un contentino dopo tanti fallimenti. Siamo ancora a elogiare tante “anime morte” della letteratura che manovrano i vari premi. Quando l’editoria sembrava in mano al centrodestra editava prevalentemente scrittori di sinistra per la semplice ragione che non si sa che cosa sia di destra o di sinistra.

Maurizio Liverani