IL CIAK DEI REGISTI INDOMITI

di Maurizio Liverani

Lo stalinismo, dobbiamo ammetterlo, è tramontato. Ma sono vive e vegete alcune sue regole; si ha diritto, ad esempio, a dirigere un film purché rispetti la cultura di sinistra. Quando è soffocata l’attività spontanea di un autore, ci si accorge che nella sua creatività si trovano intralci di una autocensura formatasi nella sua intelligenza, dove è rimasta stabilmente. La scuola, gli istituti di formazione professionale, le università soffrono della grigia routine sviluppata, soprattutto in Italia, da un’ideologia che agisce sottotraccia. Il compianto regista Vittorio Taviani era un autentico talento, ma, quasi inconsapevolmente, era rimasto nel solco di questo condizionamento che rifiutava, ma che ha influito nella sua formazione e nelle sue creazioni. Sono gli stessi metodi e stratagemmi usati per secoli dalla censura ecclesiastica. La libertà di pensiero continua a suonare ridicola e tragica nello stesso tempo. E’ così subdola questa sottomissione che per raggirarla, ad esempio a Praga, si trovò un’uscita di sicurezza soprattutto nel cinema grazie alla genialità di registi come Milos Forman, morto a Hollywood dove si era trapiantato. Il cecoslovacco Jiri Pelikàn, colpevole per le autorità sovietiche di aver collegato, in qualità di dirigente della televisione praghese, le trasmittenti con tutti i Paesi occidentali consentendo la visione in diretta dell’invasione dei carri armati, aveva trovato, per sfuggire al carcere, rifugio a Roma, dove mi collegò con Milos Forman. Il mondo libero, per volontà di Pelikàn, nel 1968, passò in rassegna tutte le forme adottate dai sovietici per piegare la resistenza alla “normalizzazione” imposta dai cingolati del Patto di Varsavia. Raccontò sul “Dramma”, che io dirigevo, come gli intellettuali cecoslovacchi, firmatari della “Carta 77”, vennero costretti a piegarsi alla volontà del conquistatore. Queste rivelazioni mi vennero riconfermate da Milos Forman che mi chiedeva di collegarlo con i cineasti italiani per ottenere il loro appoggio nella condanna dell’invasione sovietica. Nel suo Paese capì subito che non avrebbe mai potuto sottostare alle nuove norme; incurante del pericolo, proclamò: “vogliamo che i russi se ne vadano”. Venne a Roma confidando nella solidarietà dei cineasti italiani, illuso che il cosiddetto “disgelo culturale”, inalberato dal Pci, consentisse a un importante regista di Praga di lavorare liberamente in Italia. I sostenitori di questo famoso disgelo, invece, gli consigliarono di trovare una forma di coesistenza con i sovietici. Gli proposero, in altri termini, di tornarsene a casa con un’edizione ipocrita di “compromesso storico”. Con Praga si ripeteva quello che era avvenuto nel 1956 con l’invasione sovietica dell’Ungheria. Mentre molti intellettuali italiani si incaricavano di rappresentare il “crisismo”, che consentiva di restare ancorati alla “casa madre”, il regista schizzò a Hollywood intuendo cosa avrebbe portato nei Paesi occupati e nell’occidente sovietizzato il socialismo cingolato. Mentre i nostri registi si adattavano a “perdere” i migliori anni della loro vita, Forman, senza assumere alcun alone di martirio, negli Stati Uniti trovò il modo di esprimersi liberamente, segnalandosi come uno dei più grandi autori cinematografici. Non ha mai avuto paraocchi ideologici; ma il suo modo sornione, leggermente caustico, di vedere la vita della sua nazione, era detestato a Praga perché incompatibile con i piani del regime. Scegliendo la libertà fece conoscere al mondo le qualità dei registi cecoslovacchi che, seguendo il suo esempio, trovarono nell’esilio la possibilità di raccontare storie senza più la minaccia della repressione politica. Forman ha più volte ripetuto che i Paesi come l’Italia che affermano di aver scelto la libertà sono ancora condizionati da faziosi funzionari. Il cinema, insomma, è sottomesso alla politica e che dallo Stato non è avvenuto alcun mutamento di rotta. La famosa “primavera di Praga” è ora orfana di uno dei suoi più geniali interpreti.

Maurizio Liverani