LE “TECNICHE” DI MICHELANGELO

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI

LE “TECNICHE” DI MICHELANGELO

A sessant’anni dalla presentazione al pubblico del film “L’avventura” ricordiamo la figura di Michelangelo Antonioni. Anticipatore del neorealismo con documentari come “Nettezza urbana” e “Gente del Po”, rinnegò questa scelta per essere l’interprete dell’”alienazione”. Prima di realizzare il suo primo film è stato decine di volte aiutoregista. I suoi silenzi contrappuntati con improvvise battute di spirito lo facevano passare per un enigma insoluto. Aveva fissa in testa una frase di Cechov e che ripeteva spesso: “Chi troverà altri finali alle nostre storie avrà aperto una nuova epoca”. Non c’è stato film di Antonioni che abbia avuto un decorso regolare a cominciare da “Cronache di un amore” (1950), girato in condizioni economiche penose, rifiutato dalla mostra di Venezia, lanciato come il film che rievoca i “tristi amori di Pia Bellentani” (attinto dalla cronaca nera). Un’altra iliade di guai si abbatté sull’”Avventura”, girato su un’isola delle Eolie dove vennero persino a mancare viveri e acqua oltre alla pellicola e ai soldi. La sua volontà di cacciarsi nei guai ha assunto aspetti drammatici nei rapporti con gli attori. Dopo aver interpretato “La notte” (1961), Jeanne Moreau aprì su tutti i giornali francesi le cateratte delle più feroci invettive contro Michelangelo e Monica; offesa, forse, nel suo desiderio di essere “spaventosamente” amata da ogni uomo che le gravitava attorno. La compagna del regista, Monica Vitti, sempre presente alle scene dell’attrice francese, sarebbe arrivata al punto di rifarle il verso e, persino, “marameo” con il pollice sul naso e la mano a ventaglio. La stessa tempesta si avvertì sin dagli inizi delle riprese del film “Deserto rosso” (1964); l’attore inglese Richard Harris, l’odioso giocatore di rugby di “Io sono un campione”, piantò il set di Antonioni e partì per Hollywood lasciando il suo personaggio incompiuto. Antonioni trasse sollievo dalla fuga dell’attore e disse: “Quando ci ha piantato, ho dovuto modificare la vicenda. Così va molto meglio”. Il voltafaccia di Jeanne Moreau lo attribuì ai registi della Nouvelle vague. “Sono invidiosi, dei palloni gonfiati. Mentre sui loro cahiers rivalutano registi come Riccardo Freda e Cottafavi, riversano i loro strali contro me e Fellini”. Ricordo lo scontro avvenuto al festival di Cannes del 1963 tra Mario Soldati e François Truffaut a proposito dell’”Eclisse”. Soldati, dopo aver “difeso” Antonioni dicendo: “Ha fatto le tecniche!”, arrivò a prendere per i risvolti della giacca il vessillifero del nuovo corso del cinema francese e sospingerlo verso una vasca d’acqua. Il capitolo delle ostilità registra la severità con cui Pietro Germi giudicò l’opera di Antonioni “degna di essere bruciata”. Il regista era fiero che Stravinskij abbia chiesto di volerlo conoscere; che l’inventore del cervello chimico, Stewart, abbia chiesto di incontrarlo. Che otto ammiratori russi gli abbiano scritto una cartolina, che in Inghilterra lo preferivano a Bergman. Commentava tutta questa bagarre dicendo: “Con il cinema ho rinunciato ad arricchirmi. Quando scrissi il soggetto dello “Sceicco bianco”, Fellini e Pinelli mi rimproveravano perché la trama era poco articolata”. Si sentiva un precursore. Per avere certi effetti coloristici non è ricorso a particolari filtri. Ha ingaggiato un drappello di imbianchini con secchi e pennelli e ha risolto l’”incognita” di rappresentare la ripresa a colori di un ambiente naturale. Un’intera strada di Ravenna completamente ridipinta; verdi prati sono stati dati alle fiamme perché avessero un colore ruggine; le patate di un mercato “ritoccate”. “Perché deserto rosso?”, gli chiesi. “Significa – rispose – che viviamo in un deserto in cui poche sono le oasi. Perché rosso? Perché nonostante tutto è vivo, sanguigno. Vi abitano uomini e donne portatori di sofferenze e di dolorose sconfitte”. Soprattutto donne perché le donne hanno, nei film di Antonioni, un nobile spicco mentre gli uomini sono quasi sempre fiacchi e irresoluti. “Per me la donna – mi confidò – è un filtro più sottile per capire la realtà”.

MAURIZIO LIVERANI