L’eroe nemico

Ogni qual volta dal cesto della retorica patria si attingono paroloni per celebrare l’Unità d’Italia, non viene mai “servito” il nome di Giuseppe Garibaldi. Eppure ci vuole così poco per sfruttare la
collaborazione di un morto illustre. Il torto dell’Eroe dei due mondi, agli occhi delle vestali della gloria patria, è quello di essere stato massone. Garibaldi andava per suo conto, senza pensare alle
ripercussioni europee delle proprie azioni, mentre l’altro massone, il conte Cavour, giocava da maestro la partita, disorientando gli avversari inglesi, russi, austriaci, e giocando astutamente la
parte di valletto napoleonico. Chi ha letto “Il Gattopardo” ricorda come il principe di Salina fosse convinto della vanità degli sforzi degli uomini illusi di fare la storia, mentre il nipote Tancredi correva nelle file garibaldine con un disegno politico ben preciso: “se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica; se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che qualcosa cambi”.
Passata la parentesi risorgimentale, chi ha studiato (non nei libri scolastici) la storia d’Italia constata che, da oltre un secolo, alla classe dei “gattopardi” è subentrata quella degli “sciacalli”, avidi di guadagni, anche oggi, in piena “Scandalusia”, come Ernesto Rossi chiama l’Italia sin dal lontano
primo dopoguerra. Garibaldi fu, esiliandosi a Caprera, presago del fallimento risorgimentale.
“Tutt’altra Italia – ricorda il professor Pietro Pistelli, autore di “Garibaldi nelle Marche” – aveva sognato, non misera all’interno e derisa all’esterno”. Governi malsicuri, deputati ignoranti e
vociferanti, dottrinari presuntuosi, bande di arruffoni che vanno avanti a furia di espedienti e di tangenti; gente che cerca sempre di salvare la barca. In tanti anni la polvere del tempo si è
accumulata sulle illusioni e sulle speranze del Generale. Soltanto i massoni resistono – tra tanti
ipocriti – a credere nella libertà. Garibaldi “tra squadra e compasso” potrebbe dire oggi qualcosa di
utile: che l’Italia, come ripeteva Giuseppe Mazzini, è “una religione”.

Maurizio Liverani