MAURIZIO LIVERANI: UNA ESISTENZA LETTERARIA

RILEGGENDO “LASSU’ SULLE MONTAGNE… CON IL PRINCIPE DI GALLES”, AUTOBIOGRAFIA PO-EPICA IN FORMA DI PROSA

di Giacomo Carioti

C’era una volta… Momo, ossia il nomignolo che Maurizio Liverani ha voluto dare al suo alter ego “de plume”, per raccontare la sua vita nelle intense e bellissime pagine del libro “Lassù sulle montagne… con il Principe di Galles”.

Momo, bambino dolce ma dolcemente ribelle, poi quasi seminarista, poi partigiano “elegante”, poi giornalista comunista con gli occhi troppo aperti, poi esule ideologico, regista cinematografico, scrittore,… ma soprattutto seduttore.

Seduttore nel senso più ampio, nobile e casto del termine: cioè persona in grado di affascinare chiunque, ma ontologicamente incapace di trarne profittevole vantaggio, inadatto a qualsiasi trama speculativa, tanto nell’universo dei sentimenti quanto in quello della vita sociale; non diciamo poi del mondo professionale e della politica…

Così resta, nel ricordo di chiunque l’abbia incontrato, proprio la seduzione esercitata con la sua semplicità disarmante -capace di trasmettere misteriosamente profondissima cultura e sensibilità-, e con la sua addirittura sconcertante correttezza e pacatezza: qualità, al diretto contatto, contagiose anche verso i più burberi e infidi.

Principali adulatori di questo “esemplare unico” sono sempre stati proprio i peggiori soggetti del giornalismo e della politica …salvo poi covare vendetta nei confronti dell’ “alieno”, fatalmente disvelatore naturale di pericolose verità.

La straordinaria autobiografia di Maurizio Liverani, ben oltre la narrazione di una vita fuori dal comune, ci porta con una mano nell’avventuroso microcosmo di una esistenza davvero “letteraria”, e con l’altra nel più variegato empireo di una propensione culturale a difficile contatto con la “politicanza” incombente e la società circostante (…con una particolare tenerissima attenzione per l’universo femminile).

Nelle memorie di Liverani, avventurose o familiari -da Rovereto a Senigallia, da Roma a Cannes, da Venezia a Mosca (dove, sotto l’icona di Stalin, è rimasto nei fatali ricordi di una procace Ministressa…)-, si intravede, ad ogni nuovo capoverso, la condivisione di fantastici universi dello spirito, che ci riportano all’Ulisse di Joyce e alla Recherce di Proust, all’ironia di Flaiano, al soffuso erotismo di Trouffaut e al fatalismo di Cioran.

E’ come se il memorabile vissuto dell’autore, insieme alla storia di un’epoca e alla microstoria di un ragazzo che sia appresta (con birichina riluttanza e malcelato ardimento) a diventare uomo, debba rappresentare un fraterno dono sentimentale, ideale e culturale, per i suoi lettori.

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Ho provato ad immedesimarmi in questo ragazzo (…da bimbo coccolato come un principino, in una famiglia aristocratica e piena di donne affettuose e premurose), che, senza la plateale ribellione così comune nell’età adolescenziale, seppe tuttavia coltivare, senza strappi clamorosi, la propria assoluta indipendenza.

Una cosa che mi ha sempre destato al tempo stesso sorpresa e ammirazione è la lievità e la gentilezza di Maurizio Liverani nel trattare gli argomenti amorosi, anche quelli tendenzialmente più spinti sul terreno carnale, e il suo profondo rispetto per le donne che ne sono state protagoniste, nella realtà come nella trasposizione letteraria ed anche cinematografica. Come non rimanere ammirati al cospetto della sfrontata castità di Martine Brochard e della candida malizia di Gloria Guida nelle scene potenzialmente più “hard” del suo film “Solco di Pesca”? In anni dove il nudo più ostentato imperversava sugli schermi, e le attrici facevano a gara per mostrare senza veli ogni loro virtù, Liverani non chiede loro di esibirle sfacciatamente, ma solo di prometterle…

Ma il successo mediatico? Per ottenerlo, nel cinema, bisogna “essere cattivi”: senza voler dare a questa definizione un significato moralistico, ma sottolineandone la violenza caratteriale che contiene, e la complicità criminale che trasmette.

Liverani è una persona buona, e questo è un grave impedimento. Se a questo aggiungiamo la fragilità di un intellettuale che non ce la fa proprio , per naturale e invincibile istinto di riluttanza, a piegarsi alle sordide miserie del compromesso e della volgarità, possiamo ben capire i motivi di un ostracismo così violento come quello da lui subito: proprio perché così livido e ottenebrato nel passaparola degli sgherri della politica.

Quello stesso livido passaparola che eresse un muro di fronte ad uno dei film più originali del cinema italiano: quel “Sai cosa faceva Stalin alle donne?”, che, nella sua fantasiosa ed estetizzante ricerca della verità storica, proprio non poteva essere tollerato da un establishment culturale e politico nutrito di rivoluzione al caviale e ammantato di malinconici slogan. Così il film fu spietatamente boicottato e mediaticamente silenziato: ma il tempo ne sta permettendo la sempre più ampia riscoperta e valorizzazione.

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Oggi Liverani sta vivendo pienamente la giovinezza dell’anima: quella che gli consente di guardare, certo con nostalgia, ma anche con giusto orgoglio, lo scenario del presente unito al ricordo di un passato intensamente vissuto e soprattutto intensamente e internamente “conosciuto”.

Un passato che in alcune occasioni, insieme alle gioie, ha accumulato sofferenze, ma non ha minimamente scalfito la serena lucidità che è il privilegio dei giusti e degli onesti.

Quella stessa serenità che tuttora gli permette di scrivere ogni giorno profonde e preziose riflessioni sulla contemporaneità e sul cammino fin qui percorso, attraversando i meandri, spesso troppo oscuri, della politica e del tornaconto.

Un patrimonio intellettuale incentrato sul mondo di oggi che, raccordato al suo “Principe di Galles” delle origini, appare come una delle testimonianze più originali e significative di quasi un secolo della nostra storia.

Giacomo Carioti