NOVITA’ IN SICILIA?

di Maurizio Liverani

Se Ennio Flaiano avesse dato speranza alla sirena comunista, il caro estinto – pci, oggi ridotto a una sorta di casamicciola, avrebbe fatto intitolare allo scrittore scomparso un’immensa officina. Flaiano aveva il terrore di confondersi con un partito e con la politica che considerava “public-fiction”, un intrattenimento emotivo in cui un uomo smarrisce la propria identità per diventare emblema, simbolo. Non si lasciò immatricolare come tanti altri scrittori che, diceva, “detestano la inesattezza e sono sopraffatti dalla menzogna”. Risultato: non appena si è consegnato alla morte, lo hanno coperto di ignominia. Citava volentieri l’Aretino, soprattutto quando lo scrittore toscano, anticipando di secoli le posizioni nazionaliste, dice che “la patria è rabbia di chi ci può meno, focolaio di ingiustizie e di odio”; intendendo dire che i buoni sono ripagati con l’ingratitudine, i saggi non  trovano udienza e fanno carriera i farabutti. Così sintetizzava il suo pensiero l’Aretino sul concetto di patria: “dà mille cordogli per una allegrezza”. Veniamo all’oggi. Quando Rosi Bindi, in qualità di massima esponente della commissione antimafia, sottolineò i rapporti continui tra politica e mafia, fu coperta di improperi. Riferiva semplicemente un fenomeno scandaloso che, sin dagli anni ’50, un famoso giornalista, Panfilo Gentile, illustrò, dettagliatamente, in un saggio dal titolo “Democrazia mafiosa”. Da allora questa sintonia si è ingigantita fino al punto di condizionare,  probabilmente, le elezioni regionali in Sicilia. E’ testimonianza di asineria politica non accorgersi che la mafia si avvantaggia di una secolarità antica. L’annullamento del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) è stato facile, quasi un giochetto per ragazzi come lo definì il senatore Pellegrino, per anni presidente dell’antimafia. Le “coppole storte” sono ancora in grado di selezionare la classe politica dell’isola (e non solo). La nostra repubblica offre periodicamente ai cittadini le urne che danno in questi ultimi tempi risultati sorprendenti; i postcomunisti hanno appreso da Lenin che le elezioni sono uno strumento della borghesia per impedire ai marxisti di affermarsi; tuttavia se la sinistra risultasse perdente godrebbe sempre degli stessi privilegi elencati da Ennio Flaiano: “Sarete temuti e rispettati; libertà privata totale; ampie possibilità per il futuro; viaggi in comitiva; nessuna perdita in caso di persistenza del sistema; colloquio con i giovani; ammirazione dei ceti alti; ampie facilitazioni sessuali; possibilità di protesta; rapida carriera; impunità per delitti politici e d’opinione; in casi disperati, alone di martirio”. Dando un certo fondamento alla teoria dei presentimenti, abbiamo la sensazione che la ghiottoneria della mafia sarà, anche questa volta, appagata. Di singolare c’è questo: i segretari dei partiti sono meno settari, non c’è più la fedeltà ai principi divenuti anacronistici perché la storia delle democrazie, anche finte, è un continuo processo di evoluzione (in concerto con la mafia).

Maurizio Liverani