IL NUOVO PATRONO DEI GRILLINI

di Maurizio Liverani

“Come apparato ideologico deboluccio: al suo posto ha soltanto un frullato di parole maiuscole (Popolo, Umanità, Libertà, Giustizia, Resistenza, soprattutto Resistenza)… Nel poco tempo che gli avanzava (quando Mussolini lo sbatté in galera) non leggeva nemmeno lì… non gli ho mai visto in mano che l”Intrepido’”. Queste sono due citazioni tratte dal profilo di Sandro Pertini di Indro Montanelli e di Pietro Nenni; entrambi parlano di lui con simpatia. Era fatale che Sandro Pertini diventasse, con questi precedenti di nobile ignoranza, il patrono del Movimento 5 stelle. In politica un partito così maldestro e che sta arrecando danni, forse irreparabili, alla Capitale, deve scegliersi come freccia direzionale una persona perbene che si è garantita un prolifico ossequio presenziando alla partita vinta dalla squadra italiana nel 1982 contro il Brasile. Pertini fruisce di una grande stima, ma dopo questa scelta del M5s ogni occasione è buona per ricordare la sua figura che “ha incarnato -ricito Montanelli- al meglio il peggio degli italiani”. I grillini, assegnandoselo come progenitore, si sono illusi di aver legato le loro idee (quali?) all’ideale “pertiniano”. Il rimpianto Pertini era ormai caduto nel dimenticatoio; gli estimatori una sola cosa non riescono a sopportare: la certezza della sua mediocrità. Era abilissimo nel cullare il popolo italiano con una perpetua esaltazione delle sue virtù, fino a renderlo facilmente stucchevole. In ogni istante si atteggiava a profeta di eroiche grandezze. Pur avendolo in simpatia possiamo dire, avendolo conosciuto, che era, in politica, un tentativo della natura di utilizzare la noia. Aveva un dono infantile disarmante: quello di credere in se stesso come quintessenza dell’onestà e della correttezza. Pertini si compiaceva della sua nobiltà d’animo come di una proprietà mistica, ma se ne usciva, intriso di fresca e robusta maleducazione, quando il compagno gli faceva perdere una partita a scopa, con parole astiose rumoreggiando con voluta grandiosità. Non vogliamo aggiungerci a quelli che fanno dell’ironia sul pigro e mutevole carattere del defunto illustre presidente. Quando si congedò da questo mondo non pochi, che lo avevano a lungo blandito, aprirono lo scatolone delle maldicenze; da morto non era più un “cavallo di razza”. I cinquestelle se lo sono dato come emblema, forse per colorarsi di polemica antipartitica; un simbolo di coraggio e di incultura è una trovata della loro immaginazione. Nonostante tutto, Pertini merita che i partiti lo lascino in pace.

Maurizio Liverani