PIU’ MANICOMIO CHE MECCA DEL CINEMA

di Maurizio Liverani

Lo scandalo Weinstein ha ora un nome, ma le origini sono antiche. Lo ricorda in un articolo intelligente e sottile Marina Ripa di Meana, la quale è stata al centro, grazie alla sua avvenenza, di analoghi avvenimenti che ha saputo evitare con la sua astuzia. Conclude l’articolo con una constatazione: “Siamo tutti porci. Donne e uomini, porci con le ali”. Per combattere la sua sacrosanta battaglia contro le pellicce carpite alle foche, uccise a randellate, la signora Ripa di Meana si propose, anni fa, nei manifesti pubblicitari completamente nuda. L’unica pelliccia, diceva pressapoco la didascalia, è la boscaglia dei “licheni del pube”. L’immagine non era impudica ma lasciava una strana impressione: che il corpo sia il solo oggetto sul quale valga la pena di concentrarsi, non come sollecitazione erotica, ma come prefigurazione di un “maquillage” funebre. La sezione pubica ostentata da Marina sapeva di preparato istologico, non si immaginava che sotto potesse esserci la sezione più remota della sessualità femminile, da Norman Mailer chiamata “pettignone sugoso”. Questo “pettignone” ha dischiuso le porte al più vistoso scandalo cinematografico che ha come protagonista l’”orco” Harvey Weinstein, fondatore della Miramax. Un’attrice che avvampa i sensi degli spettatori approda sullo schermo, quasi sempre, non rifiutando la sua avvenenza per paura di essere messa “in panchina”. Sappiamo solo oggi che Mira Sorvino, affermatasi in un film di Woody Allen modellandosi sul cliché di Marilyn Monroe, ha rinunciato a una vasta notorietà per aver detto “no” alle avance dell’”orco” del giorno. C’è in Mira, un distacco, un’ironia, diciamo pure una pulizia che la fa salva di qualsiasi volgarità. Aspirava a essere, come Marilyn, il “sogno americano”. Una sorte simile ha subito, da noi, Silvana Mangano che Alessandro Blasetti vide come la nuova Greta Garbo, ma le fu imposto un film, “Riso amaro”, dal marito Dino De Laurentis che voleva esaltarne l’esuberanza fisica. Il primo ad accorgersi che la Mangano era davvero una rediviva Garbo, non una diva neorealistica, fu Vittorio De Sica. “Piazzista” di Marina Vlady è stato il regista Robert Hossein. Una volta perché una giornalista scrisse da Cannes: “Notato il costume di Marina Vlady”, Hossein apostrofò ironicamente l’autrice dell’articolo dicendo: “Quel giorno avevate una vista formidabile per notarlo”. Aveva la fissazione di far passare la moglie, bellissima, per una imbecille, mentre nella realtà era tutt’altro. Con Hossein e con Roger Vadim è nata la strategia dell’erotismo cinematografico dove la donna, come prescriveva Rosso di San Secondo, deve essere “una cosa di carne”. Mario Monicelli bocciò Brigitte Bardot al suo primo provino; gli rispose Vadim che fece fare a BB il film “E Dio creò la donna”. Le belle fanciulle cercano ancora di approdare al cinema puntando sul proprio erotismo, alcune illudendosi che sia la fondamentale condizione dell’esistenza; argomento serio sul quale, a livello cinematografico, non è mai stato fatto un discorso veramente liberatorio. Il grande clamore suscitato dal caso Weinstein  ha consentito rivelazioni disperate, come quelle di Asia Argento la quale, con grande autenticità e franchezza, nella trasmissione “Cartabianca”, rievocando tutto il suo tortuoso peregrinare nel cinema, senza alcun trucco in volto presentandosi com’è oggi a quarantadue anni, ha mostrato qualità di grande attrice. Con le sue confessioni avrà certo provocato colleriche invidie. E questo accade proprio nel momento in cui sarebbe disposta a sopportare la riposante dolcezza dell’oblio.

Maurizio Liverani