I PUBBLICITARI DELLA RESURREZIONE

di Maurizio Liverani

La storia d’Italia nella sua attualità sembra a tal punto priva di interesse che i giornali si occupano esclusivamente del passato e relegano il presente, che ha il sapore acre del nulla, nelle pagine meno consultate. Si contempla il passato come se fosse il presente; prendono il posto d’onore gli stilisti, la moda, quella in gran voga negli anni ’60-’70. Lo scopo principale è dimenticare l’oggi dove l’italiano vive un’esistenza chiusa tra il lavoro che non ama e la noia delle vacanze. Si dà più rilievo a dive di altri paesi come Fanny Ardant che trascina con sé tutti i ricordi della “nouvelle vague”, lasciando in second’ordine l’epoca, tutta inventata, delle nottate di via Veneto quando imperversava, organizzata dai settimanali e dai grandi fotografi, la “dolce vita”. Pagine e pagine che cercano di rialzare il prestigio di questo Paese descritto da D.H. Lawrence come una nazione insolente. Gli italiani erano visti molli, languidi, sentimentali, presuntuosi, indiscreti, istintivi e, quindi, privi d’animo e di spiritualità. Mentre noi ci descrivevamo come i più intelligenti della terra, oltre a Lawrence, altri narratori ci presentavano come esseri avidi, interessati, ma soprattutto poco puliti. Naturalmente questi giudizi erano eccessivi; entra in gioco l’invidia anglosassone verso i latini. In Italia, per lo scrittore inglese, si mangiava malissimo e pochissimo e persino il nostro orgoglio nazionale, il caffè, veniva definito cattivo. Non sfuggivano a questo bel ritrattino le donne italiane, tranne quelle sarde. La Sardegna per Lawrence era un’altra cosa; i giovani erano ben piantati, “troppo robusti, troppo virili per essere italiani. Sono sardi di Cagliari”. Sarebbe un errore prendere questi giudizi alla lettera, ma è singolare che, pur avendo ricevuto varie smentite, venivano presi per veritieri.  Sorprendono di più gli stessi giornali italiani che pubblicizzano le iridescenze della nazione, ma  avviliscono il lettore nelle pagine dedicate all’analisi. Per riacquistare parte dello splendore perduto ad opera dei politici del dopoguerra, si delegano menti che hanno conosciuto i fasti di un tempo. Negli anni ’60 l’Italia era una “chiccheria” con donne che accoppiavano un cervello aguzzo a un sexy superlativo. L’ideologia progressista in bocca a quelle veneri acquistava un sapore particolare. La donna socialista, come quella comunista, non si teneva mai in disparte; faceva in modo che la sua presenza si avvertisse. Nelle cellule “bene”, frequentate da signore di indiscutibile fascino, regine anticapitaliste lanciavano verdetti come gli eroi del western  che non fanno un passo senza sparare un colpo di pistola. Si diceva, allora, che era un’operazione d’immagine. E con questo? Trovare donne seducenti in un congresso faceva apparire la politica esaltante. La base, grazie a loro, aveva fiducia negli ideali. Le belle dello schermo di oggi somigliano, invece, a delle colombe straziate dall’obiettivo. La “favola bella” sembra finita. Si cerca di richiamare in vita un’epoca  esistita soltanto nella fantasia, ma, al tempo in cui la sceneggiata fu messa in atto, illuse il mondo che l’Italia fosse  pur sempre il “bel Paese”. C’è la necessità urgente di arginare lo sconforto che ha assottigliato il consenso verso di noi che ci affanniamo a recuperare gli antichi fasti.

Maurizio Liverani