QUANTA OSTILITA’

di Maurizio Liverani

La politica del compromesso storico obbedisce alle fluttuazioni del caso, a volte sbagliata come inattuale e impossibile. E’ questa la sottaciuta convinzione di tutti i partiti italiani. In primo luogo perché comporterebbe la rinuncia a tantissimi, fastosi compensi; emolumenti che pesano sulle casse statali in maniera esorbitante. Un’abolizione sarebbe salutare se approvata nel chiacchierificio di Montecitorio, ma è da tutti rinnegata nello stesso chiacchierificio. Sia a destra che a sinistra non se ne vuole parlare tanto per non incrementare lo scandalo. Una prova clamorosa di ostilità tra amici arrivò dall’aspra rampogna dell’ex sindaco di Milano Letizia Moratti allo sfidante Giuliano Pisapia, appunto,vecchi amici d’infanzia divenuti d’improvviso tenaci oppositori. Letizia Moratti ricordò, con una certa astiosità, all’avversario di essere stato complice dei terroristi degli anni di piombo. Pisapia replicò: “Calunnie, fu un errore, querelo la Moratti”; negando la stretta di mano che anche in questi casi rissosi si accorda. Nessuno è meno disposto a riconoscere le proprie colpe, pur modeste, additate dal maldicente. I due, espresse sul loro conto le rispettive riserve, persero il controllo: si doveva finire in tribunale; mentre una volta questi fatti venivano relegati nella voluttuosa maldicenza, aggiunti alle divertenti conversazioni nei salotti chic. Sono anni che queste fronde, appartenendo una volta a un partito e una volta all’altro, si concedono al pettegolezzo, alla rivelazione inquietante. Questa disposizione di porsi di fronte alla politica è, per dirla con un illustre scrittore francese, una sorta di “crapula delicata”. Nei tempi andati non ci si affrontava in tribunale, come fu in questo caso, bensì all’alba con la spada snudata. La Moratti e Pisapia sono sempre stati due figure eminenti, transfughi da partiti ora di destra ora di sinistra, pur appartenendo agli stessi   mondani olimpi in cui si è scettici sulle convinzioni e sulle crisi. Tra i tanti episodi di ostilità politica e non personale rispuntano quelli del passato. Cucchi e Magnani, due amministratori in vista, vennero trattati alla stregua di tagliaborse, pur essendo “eminenti compagni”. Seniga, segretario del compagno Secchia, spalla di Togliatti, fu accusato di essere fuggito all’estero con la cassa del partito; era espatriato con alcune valigie provenienti da Mosca, cariche di rubli. Se la manovra fosse stata intercettata, sarebbero stati accusati di connivenza con gli americani e per anni avrebbero usato la ramazza in qualche campo di concentramento sovietico. Soltanto la sfiducia nel “al di qua” spiega perché il partito comunista sia stato stipato di ex clandestini i quali, constatato il gigantesco fiasco del comunismo, ma dovendo pur vivere, si vendicavano alle spalle dei loro ras, annotando e registrando episodi. In tutti questi casi c’è sempre stata una pagliuzza di verità. Il primato tra chi punta ai vertici rivela una ostilità inaspettata. Questa ostilità tra amici dà una sensazione di stordimento, di fatica e di noia che fuori dalla politica non esisterebbe.

Maurizio Liverani