RAVVEDIMENTO IN TV: OMAGGIO A… FLAIANO

di MAURIZIO LIVERANI

“’Guai a voi quando tutti diranno bene di voi!’. Cristo profetizzava così la propria fine. Ora tutti ne dicono bene, perfino i miscredenti più incalliti, anzi, soprattutto loro”. Questo incipit di Gesù Cristo, rivela Emil Cioran, sta a indicare che il cristianesimo è perduto se non subisce persecuzioni spietate. Questo vale per tutti, ci permettiamo di aggiungere noi; si è perduti se non si subiscono ostilità. Ennio Flaiano ha dovuto soccombere, dopo anni di oblio, al plauso di una trasmissione televisiva. Era quello che temeva. Per anni si è procurato solo nemici, preparando a se stesso grandi calamità con un aforisma che riassume il rompicapo ideologico del nostro Paese: “Il fascismo è una trascurabile maggioranza che si distingue nel fascismo propriamente detto e nell’antifascismo”. Soltanto un nuovo Nerone avrebbe potuto salvarlo dalla maldicenza, dalla calunnia e dall’emarginazione. A quarantasei anni dalla morte, la Rai gli dedica, dunque, una trasmissione condotta da un intellettuale e una “flaianista” di professione che conosceranno senza dubbio le sue opere, ma non hanno, certamente, avuto contatti con l’autore del “Marziano a Roma”. L’essenza intellettuale e morale dello scrittore di Pescara, è rimasta nella cassa integrazione del desiderio di chi vuol conoscere questa grande figura della letteratura italiana. Ci eravamo ormai persuasi che l’ufficialità non avrebbe rinnegato l’avversione verso di lui. Soltanto un candido può credere che il mondo culturale italiano sia pronto a revisioni. La trasmissione dedicata a Flaiano avrebbe i caratteri di un ravvedimento da parte del gauchismo che, irriso, criticato e sbugiardato dallo scrittore, lo ha “silenziato” togliendoli molti vantaggi. Flaiano ne enumera alcuni nel suo “Frasario essenziale per passare inosservati in società”: “Sarete temuti e rispettati – libertà privata totale – ampie possibilità per il futuro – viaggi in comitiva – ammirazione del ceto borghese – ampie facilitazioni sessuali – facilità di protesta – rapide carriere – impunità per i delitti politici e di opinione – in casi disperati aloni di martirio”. Questo elenco di privilegi che ha goduto la classe politica al potere non sarà mai ricordato dagli organi d’informazione. Generose calunnie hanno intralciato il cammino di Flaiano. La supremazia della denigrazione di Stato è certificata magistralmente in uno splendido saggio di Panfilo Gentile, “La democrazia mafiosa”. La rievocazione televisiva, inevitabilmente, si è attenuta ai consueti canoni censori. La “flaianista” di professione se ne è uscita con un singolare elogio dicendo che Flaiano non era un fanatico del bello scrivere, provocando la sorpresa di chi conosce i suoi libri. Si è data più importanza alla vicenda del film di Marco Ferreri, “La donna scimmia”, che alla “Dolce vita” e alla sua collaborazione con Fellini. Quindi, abbiamo assistito a un abbraccio ambiguo della Tv di Sato a un autore non amato dallo Stato; una pacificazione ambigua che fa passare lo scrittore dal dimenticatoio all’indifferenza. Lo spettatore interessato non ha avuto appagata la sua curiosità. E’ stato uno scrittore che ha svegliato la letteratura italiana vincendo il primo Premio Strega con “Tempo di uccidere”. Per anni la “flaianità” ha turbato le coscienze indocili e remissive. Per lui scrivere era cosa importante; incuriosiva perché era tortuoso, diabolicamente tortuoso e nello stesso tempo innocente e candido. Nel suo “Marziano a Roma”, con stile beffardo, incarna l’eterno mistero della caduta dell’ideale, lo scarto tra questo e la realtà. Gli va dato il merito di aver inaugurato quel lungo tempo che va sotto il titolo di “dolce vita”. Con la sua corrosiva e dolorosa intelligenza è riuscito a pervadere di ombrosi sgomenti il vocabolario cinematografico di Fellini. Da Fellini aveva imparato a non confondersi con la politica. Non voleva farsi immatricolare con i partiti come tanti “disperati” intellettuali ansiosi di “essere scambiati per quello che non si è: per rivoluzionari”. Gli autori della trasmissione avrebbero dovuto rievocare il giorno in cui il regista inviò a Flaiano una lettera nella quale scriveva: “Desidero che il nostro delicato, convalescente sentimento di amicizia non abbia ricadute”. Flaiano la ricevette nella clinica dove attendeva il passo estremo che fece mormorando: “Com’è bello!”. Era il 20 novembre del 1972.

MAURIZIO LIVERANI