SEMPRE PIU’ PERPLESSI

di Maurizio Liverani

In casa di Forza Italia le ultime elezioni hanno lasciato un suono lugubre. Segnano, così si dice, un addio a una grande illusione; il partito, contrariamente a quanto ci saremmo aspettati, non fa il cosiddetto “mea culpa” quasi che la sua politica abbia un aspetto radioso. E’ patetico vedere due pezzi dello stessa coalizione vincente guardarsi in cagnesco. L’Italia sperimenta la “vanitas vanitatum” del gran teatro della politica dal quale è stato emarginato addirittura Giuseppe Garibaldi, forse per i suoi passati di massone che dà si nervi alla Chiesa, materia marcia che odora male. Come odora male, alla luce dei recenti bisticci tra Di Maio e Salvini, la politica attuale. Ai valori che vengono declamati, gli italiani danno modesto credito; si sentono ripetere le solite promesse, ma nel retroscena c’è chi ingigantisce il nostro debito pubblico che raggiungerà i diciannove miliardi, che si assommeranno a quello precedente di cui dovremmo andare fieri. Trionfalmente, viene messa in scena sul mercato della storia l’Unità d’Italia, ma soltanto un fulmine, colpendo il basamento della statua di Garibaldi al Gianicolo, ha ricordato il vero padre della patria. L’idea di patria si è venuta corrompendo negli animi con tante guerre inutili sino alla marea dei consumi, sino a slittare vertiginosamente nell’attuale crisi. Un “tapis-roulant” continua a scivolare sotto i nostri piedi. La penosa ricerca di sfuggire al baratro conserva sempre un colore funerario. Le sedi dei partiti ci appaiono come “camere ardenti”. Da Montecitorio, in questi giorni, esce un profumo incoraggiante; siamo riusciti, pare, a risolvere il problema dei migranti, ma la perfida giustizia trama affinché il progetto vada in frantumi. Eppure questo progetto è quello che ha indotto gli Italiani a non disertare le urne. I renitenti al voto ritengono i politici larve pietrificate che cercano di apparire pregne di avvenire. Nello sport siamo una collettività di vincitori, ma nella politica una plebaglia di incapaci e a fare sfoggio di orgoglio e di ribalderia sono gli sconfitti. Con Silvio Berlusconi abbiamo un apprendista Machiavelli che sa orientare gli incapaci e dare respiro a una destra delusa e amareggiata. Tra la sventura e la megalomania continua a esserci una relazione continua. I partiti sono in andropausa; prolifici in scontri, parlano ancora di dialogo. Come ha spiegato Enzo Bettiza nel suo “Diario di Mosca” “siamo psicologicamente deboli”. Matteo Salvini va per le spicce, come un clinico con la valigetta del suo pronto soccorso. Fumane e riscaldi illudono. Nel campo delle risse i partiti sono solidali. Che la politica sia immersa nel ridicolo è vano ripeterlo. Nella selezione dei nuovi, le intelligenze sono state scartate. Partiti inconsistenti, invece di dichiarare fallimento, si immergono nella dialettica, convinti di essere ancora nel solco dell’alta politica. Nessuno si vuol rassegnare a essere “cose morte”, imbellettate di democrazia.

Maurizio Liverani