SEMPRE TEATRO NELL’APPARTAMENTO DEI SILVI

CAMMINANDO SUL LUNGOTEVERE, UNA FLESSIBILE MUTEVOLEZZA

Un regista-attore, un attore, un’aiutoregista-attrice. La triade, in questo nuovo allestimento di Teatro negli Appartamenti, man mano che l’opera procede, subisce delle trasformazioni tragico-comiche che vanno dalle allucinazioni deliranti ad una caparbia lucidità ironica.

Flessibile mutevolezza predominante soprattutto nel confronto tra il regista-attore e l’attore-Attore, in una bizzarra duplicità: il regista dello spettacolo si configura anche come personaggio Regista, l’Attore si configura anche come sé stesso, ossia come uomo-attore. La cosa si complica quando, in questo gioco delle parti, costoro si lasciano prendere da uno spettacolo che credono sia in preparazione ma che in realtà si sta già svolgendo: uno spettacolo sulla vicenda di Don Chisciotte e Sancio Panza, personaggi di Cervantes che qui, in maniera intermittente ed incalzante, prendono il sopravvento sul regista (Silvio Benedetto); a sopraffare il Regista sono chisciotteschi idealismi ed allucinanti imprese utopiche che, nel loro tentativo di volo, vengono metodicamente atterrati a suon di proverbi dal denso sapore di robusta campagna enunciati dall’Attore, a sua volta invaso dal personaggio di Sancio Panza (Alessandro Tranquilli, nella foto).

In questo incalzante clima di inventiva e di invettiva l’unico personaggio che sembra mantenere l’equilibrio è quello dell’Aiutoregista (Silvia Lotti): lei tuttavia resiste al cortese procedere del Regista, che ogni tanto la identifica con Dulcinea benché nel testo di Cervantes si evince che Don Chisciotte non l’abbia mai vista ma “soltanto conosciuta per sentito dire”.

Il Regista-Benedetto in alcuni momenti cede il suo personaggio (ulteriore mutamento) ad un suo doppio: un burattino “dalla triste figura”.

Si profila intenso dunque, questo momento teatrale, con il suo regista che si perde nel proprio immaginario (una frase-chiave è quella da lui pronunciata verso il finale: “…mi devo nascondere nell’appartamento affinché la Realtà non mi trovi…”) e con un attore che, dopo il suo amaro monologo nelle vesti di un Sancio Panza che racconta di “aver governato bene” pur avendo ricevuto questo ruolo come burla, non si smentisce pronunciando in chiusura rivolto al pubblico un allegro “…Andiamo a cena!” come invito finale. Nel salone che si va svuotando echeggia il desolato Silenzio lorchiano (ancora uno spagnolo) recitato dall’Attrice-Aiutoregista.

Di tutto questo rimane lo sguardo stupito della Ragazza del provino (Selina Vilardo) nel suo avvicinarsi al regista-Regista perché egli la ascolti, cosa che costui farà pur avendole detto che nel suo teatro non usa il provino come metodo di selezione: il Regista sostiene infatti che per il suo Teatro negli Appartamenti ad attirarlo sono invece le persone, le quali entrano nei vari allestimenti per l’appunto ciascuna col proprio nome e col proprio essere, ad intraprendere insieme a lui questo “gioco serio”. E, il regista, cita infine Unamuno nel ricordare alla giovanne che non è Cervantes ad aver scritto il Don Chisciotte, bensì è Don Chisciotte che camminava per la Mancha attendendo chi lo scrivesse…

Chissà se Silvia, Alessandro e Selina, anche loro, camminando sul Lungotevere, attendevano, attesi da Silvio, di entrare in questo “Di ciò che accadde”, attraverso il portone del civico 62, alle 20.30 di un venerdì 7 dicembre (correva l’anno 2018)…