E SI FECERO FURBI

di Maurizio Liverani

Gli italiani concedono all’ordine politico di sopportare pazientemente l’indegnità, di celare i  vizi, di arrivare a sostenere, con il loro aiuto, le azioni mediocri. “Si scrive leader ma si legge ladro” è un’espressione che ebbe successo tanti anni fa ma si è bene infissa nella mente degli italiani. La grande stampa non la ripete più da quando illustri magistrati hanno detto, con aria comprensiva, che tra politica e ladroneggio non c’è alcuna differenza. I liberali hanno rotto la bella omogeneità tra cattolici, comunisti e fascisti dando battaglia sino a quando il nome di Giovanni Malagodi, inghiottito dalle tenebre, riposa in una luce, un po’ smorzata, nel fondo opalino delle acque. Per chi si guadagna da vivere nella selva degli enti e degli abusi – di cui la cronaca porta periodicamente “gustosi” esempi – ingannare un liberale, oggi, è molto facile. Tra gli ascari della Casa delle libertà c’erano “collaborazionisti” provenienti dal partito comunista che non hanno perso le solite abitudini di cricca. A questa regola, in politica e nel giornalismo, si attengono un po’ tutti. La Dc, da De Gasperi in poi, si è servita dei liberali quando questi facevano comodo. Colpa dei liberali è stata quella di contrapporre una passività frutto di uno spirito rinunciatario per cui, qualunque fosse l’esito delle compromissioni tra Dc e Pci, erano invariabilmente sconfitti. Con la Casa delle libertà i liberali avevano avuto l’occasione di smascherare tutte le manovre e invitare gli italiani a riflettere sulle astuzie di “Scandalusia”. Potevano rinverdire il loro prestigio agli occhi dell’opinione pubblica ma hanno preferito tacere, oscurare; non volevano sentirsi estranei e disambientati nel mondo delle tangenti. E con uno standard istrionico sono stati al gioco, emerso in contemporanea con la nascita della nazione. L’anelito alla fratellanza ha indotto i liberali a sottomettersi alla vocazione per il guadagno facile; è un’operazione che dà, a chi la usa con intelligenza, la fama di “dottor sottile”.

Maurizio Liverani