SILVIO DIVO ANCHE SULLO SCHERMO

La cinematografia italiana farebbe bene a cercare personaggi nei partiti politici. L’”affaire” Berlusconi è al centro del nuovo film di Paolo Sorrentino. La classe politica ha un pazzo timore dell’opinione pubblica, ma non dell’obiettivo. Il protagonista del film “Il divo” dello stesso regista è stato Giulio Andreotti, interpretato da Toni Servillo, presentato in una luce favorevole nella prima parte dove l’autore ha speso volentieri qualche parola in suo favore per poi disegnarlo come un’immensa iattura, pur di additarlo come un demonio dal volto a volte gradevole a volte spaventoso. Con grande accortezza voleva segnalarlo come l’essenza dello spirito vaticano in Italia, cioè quintessenza della coabitazione nell’uomo, di provata fede cattolica, del bene e del male, con lo zampino del maligno sempre a portata di mano. Andreotti, alla visione del film, si lamentò di essere stato “torturato” a sua insaputa, ma il suo modo di esternare disappunto era di riderci sopra. Per il divo Giulio, i registi che si occupavano di lui erano cineasti all’incanto a eccezione di Alberto Sordi che ne “Il tassinaro” faceva sforzi per essere sempre più deferente. “Alla Dc”, gli mormorava Alberto, “ce vorrebbero tanti Andreotti, gente come lei che non delude mai i lavoratori”. Andreotti si scherniva dicendo che non voleva un successo proletario, bensì quello delle anime belle ; accompagnando la fase con un sorrisino mefistofelico. Ora Sorrentino fruga nella personalità di Berlusconi (sempre interpretato da Servillo) dopo aver cercato giudizi anche all’estero, estorcendoli  a persone ignote al grande pubblico, ma presentate con qualifiche iperboliche. “Vedrete -pensano i suoi estimatori- che gli farà gran festa”, e anche questa volta troverà l’appoggio della cultura di sinistra. In politica Silvio si dà in pasto alla collera e alla malignità con un masochismo con i fiocchi. “Essere messo alla gogna da politici falliti è gradevole”, è questa una delle sue napoleonine fisime. Questa forma di attenzione è solo apparentemente ostile perché, come sosteneva Mario Monicelli, l’uomo di Arcore è molto simpatico; nel terreno paludoso della predicazione politica è approdato conducendo una vita gaudiosa non badando a spese. Si vede come la riedizione di un “machiavelli” milanese che, con abiti eleganti da gentiluomo, giochi a spostare l’asse della politica sempre più a destra alla quale ha amputato l’ala utopista. Insomma, ne verrà fuori un film di grande successo perché Berlusconi è nato per essere una star; non è afflitto dal narcisismo, ma ha un culto profondo del suo acume politico. Al regista pare abbia suggerito una famosa massima di Mark Twain: “Poche cose al mondo sono tanto insopportabili quanto un buon esempio”, facendo intendere che tra i politici si è sempre comportato da ”diverso”, animato dall’urgenza di cancellare il “partitismo”, anche se contenesse in sé la perfezione.

Maurizio Liverani