SONO IN ARRIVO… LE SPIE FISCALI

di MAURIZIO LIVERANI 

E’ singolare che in occasione della riproposta delazione fiscale nessuno abbia messo in rilievo che il nuovo governo si erge ad accalappia evasore fiscale esponendola come il prodotto di un travaglio intellettuale spaventoso. A questo marchingegno si attribuisce un grande valore propagandistico come esempio del “modo nuovo” che i governanti “in boccio” vogliono imporre. L’idea è ricavata da una trovata del ’74 che metteva a nudo l’animo poliziesco del partito che la proponeva. L’arciere del pensiero era Eugenio Peggio (morto nel 1990), esperto economico del partito comunista. I nemici di Enrico Berlinguer dissero che con una simile trovata – spiare gli evasori – si faceva ridere mezza Italia. Era l’epoca delle mezze maniche, discendenti sfibrati dei grandi dottrinari. Con un intuito randagio, Peggio si era messo vicino alla cassa del partito con la possibilità di controllare il tenore di vita dei capi. Come amministratore rivelò un certo talento sparagnino, in modo che agli alti compensi dei gradi elevati si contrapponessero le paghe striminzite agli altri funzionari. Il codice Peggio era puritano; uscito da un’oscuro tirocinio di cassiere, si mise a mitragliare di affermazioni discontinue, alla maniera di Salvini e Di Maio, gli italiani sul valore morale della trovata. Nel suo partito di economia liberistica nessuno a mai capito niente. Posto di fronte al problema fiscale, Peggio uscì dal suo insonnolimento intellettuale e tradì, come fanno oggi i gialloverdi, i veri intendimenti: instaurare un regime di delazione. La spia fiscale è una figura che ricorre in tutte le dittature. La pensata sbalordisce per la sua piattezza, ma è in armonia con i principi totalitari. Salvini, come Di Maio, hanno rivelato, senza volerlo, che il loro “modo” di governare è il vecchio modo bolscevico. L’accoglienza di questa proposta è stata disastrosa, mentre gli artefici si stavano preparando all’applauso come primatisti del digiuno. 

MAURIZIO LIVERANI