SPONSOR DELLA CULTURA

di Maurizio Liverani

Nelle segreterie dei partiti ogni tanto risuona la notizia che il presidente della Repubblica sollecita il governo a valorizzare sempre di più la cultura. Negli anni ’70, la Dc chiedeva agli scrittori di indicare l’arma valida per salvare il Paese. I governi che si sono succeduti hanno gettato sul versante della cultura risorse ingenti. La Dc, perduta la freccia direzionale della fede, era disposta a fare incetta anche di cupi libellisti, di ardenti flagellatori di tabù, di verseggiatori da bettola. L’editore Rusconi, arricchitosi sulle nostalgie monarchiche degli italiani, e Giampaolo Cresci, messa la loro fiaccola sotto il moggio di Fanfani, persuasero l’allora segretario della Dc che un partito senza  scrittori, “badanti” della cultura, fosse destinato ad avere una vita precaria. Di contro, i comunisti erano ben coscienti come il letterato italiano è un letterato di corte, pronto all’osanna; pur sapendo che da noi non esiste l’immagine di scrittore come uomo capace di scelte. Che cosa hanno fatto allora i democristiani? Per recuperare il tempo perduto non fecero questione di scemi o cretini; decisero di far esplodere qualche mortaretto letterario per testimoniare che non mancavano spiriti preparati, gruppi vitali, non solo quelli confusi nella facile etichetta di sinistra. La clausola è sempre stata la stessa: accettare essenzialmente le strutture della società di cui si è, però, liberi di criticare gli elementi. Si valorizzarono scrittori come Domenico Rea, autore di “Gesù fate luce”, grazie al quale poteva considerarsi un democristiano ad honorem. C’era Paolo Volponi, il quale implorava di essere considerato ateo e, soprattutto, di non essere democristiano; polemizzò a lungo con Pier Paolo Pasolini, rimproverando l’autore di “Le ceneri di Gramsci” di “lavorare per la destra”. Perché non mancasse l’intellettualità femminea furono invitate anche Livia Storoni Mazzolani e Maria Bellonci che portava alla Camilluccia il brivido squisito del premio Strega. Adescatore abituale di intellettuali, Giampaolo Cresci aveva messo nel mazzo anche uno scrittore “audace”, battezzato da Ennio Flaiano “autore di chiara fava”; si trattava di un raffinato narratore, Ercole Patti (foto). Il quale, preso da parte Amintore Fanfani che lo aveva rimproverato per la scabrosità dei suoi scritti, gli mormorò nell’orecchio: “Io non voto per la Dc, ma le posso dire che lei tra i diccì è il migliore”. Intanto la saldatura di questa “intellighenzia” era avvenuta con la sinistra. In un altro incontro alla Camilluccia, Fanfani, dopo essersi assicurato che questa volta sarebbe stato presente, invitò Gianni Agnelli. Grazie a questa presenza, all’incontro gli intellettuali erano più numerosi e più inclini all’ossequio.

Maurizio Liverani