STANCHI DI PRESAGI

di Maurizio Liverani 

“Chi è quell’uomo al quale scavi questa fossa?”, chiede Amleto a un becchino che impugna una pala e riempie una tomba di terra. “In vita”, risponde il becchino, “era un eroe. Poi ha fatto la gran fesseria di morire”. Chi farà la gran fesseria di morire, politicamente, tra Luigi di Maio e Matteo Salvini? Queste due calamità che gli italiani, ingenuamente o per burla, hanno messo in testa ai partiti candidati a capeggiare il Paese per i prossimi anni. Da quando hanno fatto la fesseria di morire, i due continuano a sorridersi come vecchi amici, ma in cuor loro si detestano. Se apertamente facessero conoscere lo stato d’animo che nutrono l’uno verso l’altro conquisterebbero una ribalta maggiore di quella che hanno. Si ripete quanto è accaduto, per esempio, a Rimini che non ha mai perdonato a Ennio Flaiano, “garante culturale” delle migliori opere di Fellini, di aver collaborato alla statura del loro non amato, a volte odiato, concittadino. Gli slanci del pubblico italiano vanno soggetti a queste singolari oscillazioni. C’è il sospetto che si ripeta, per la nomina del nuovo premier, un fenomeno analogo. Chi è osannato in politica e nel cinema nella fase che precede la raccolta dei consensi deve essere consapevole di non avere mai ormeggi sicuri. Sembra che verso chi ha un vasto successo venga subito ordita una congiura che si traduce in una maramaldosa pugnalata. Da quel momento il bersaglio perde credito e deve prepararsi ad abbordare tempi difficili. E’ questo un problema generale in Italia; di qui nasce la disaffezione diffusa nella politica che cerca di camuffare propositi introducendovi l’ideologia dell’odio e della violenza. Appena si delinea un successo sembra che la parola d’ordine sia quella di intiepidire gli entusiasmi. Chissà se i due aspiranti al governo conoscano una puntata della famosa trasmissione “Invasioni barbariche” dove il compianto Giorgio Albertazzi spiega come l’avversione verso la democrazia sia prodotta da un’incallita propensione al “super partitismo” per cui ognuno, pur di conservare i poteri che contano, tende a porsi a un livello più elevato. L’Italia rigurgita, nella politica come nello spettacolo, di personalità faziose e intolleranti che si impennacchiano alle fanfare e agli sventolii nella difesa della democrazia da loro stessi inquinata con la loro presenza di inquieti e tormentati voltagabbana. La sfiducia ha un alto tasso di ascolto. Comprendiamo l’apprensione dei due leader che saranno ricevuti dal presidente della Repubblica; li accompagnerà all’incontro un’alternanza di ottimismo e di pessimismo. Siamo un popolo di bastian contrari; siamo capaci di mimare un dissenso, ma, subito dopo un serrato confronto, trovare un punto d’incontro. La democrazia ha vita difficile da noi. L’importante sta nell’ingigantire un pericolo in modo da creare una psicosi d’emergenza che renda sempre più indispensabile la piazza; relegando al Parlamento i vaniloqui dei politici.

 Maurizio Liverani