DA TOGLIATTI AL MINIMO STORICO

di Maurizio Liverani

Ora che non hanno più un’ideologia, gli eredi del comunismo hanno soltanto ambizioni. Rivaleggiando da tempo, i loro notabili sono costretti a farsi una guerra aspra. Più delle sorti dell’Italia sia i più stagionati che i cosiddetti capi in erba del Pd si preoccupano che dalle loro fila esca un Bonaparte. Nel partito, come nelle vecchie Dc, si può al massimo porsi alla testa di una “corrente”; le correnti si sono moltiplicate per impedire ogni coagulo del quale un uomo abile possa approfittarne. Massimo D’Alema ha tentato di resistere al laminatoio del partito usando la strategia delle “belle frasi”. L’interesse della sinistra, dopo la svendita delle Botteghe Oscure, richiede un’invocazione del tipo: trovate qualcuno che ci dia una mano, ma non ci sostituisca. Il malessere diffuso di non conoscere le regole né del comunismo né del socialismo è aumentato di giorno in giorno mentre si è ingigantita l’assenza di fiducia, la mancanza di ardore, il vuoto politico in chi è digiuno di idee marxiste non poteva essere riempito con i soliti slogan usurati. Vuoto politico accompagnato dal crescente vuoto monetario, essendo venuto meno l’aiuto dell’Urss e non bastando quello degli Agnelli e di altri affaristi, che aspettava soltanto di essere riempito di socialismo. I socialisti che conoscevano le ambasce finanziarie del partito “fratello” offrirono la loro collaborazione; chiedevano soltanto, per salvare la faccia, di dimenticare l’antica rivalità. Da allora si cominciò a sospettare di un “entente” con il “berlusconismo”. Una  delle caratteristiche dei comunisti è quella di disprezzare i partiti e gli uomini che cercano di asservire la loro politica; hanno sempre saputo che le altre classi sono lente. La fine del craxismo ottenuta per via giudiziaria ha funzionato miseramente. Per farla breve, dovremmo dire che da quel momento, invece di un’era di benessere, l’Italia si trovò in piena depressione. I capitani di industria e i monopolisti praticarono un subdolo sabotaggio, trasferendo le loro industrie all’estero nonostante gli “help” rivolti da D’Alema. Nella scena irruppe Matteo Renzi, consapevole di tutti questi intrighi tenuti nascosti, soprattutto isolando il magistrato Di Pietro, l’anticraxista per eccellenza; capì che il partito doveva “mitigare” Marx per legarsi a Proudhon con uno sguardo rivolto a un orizzonte più socialista e liberista. Da qui è nata l’animosità verso il “nuovo arrivato” che, pur non facendo parte del comitato centrale, gradatamente dette un volto nuovo al partito. Volto che piacque alla base, ma non all’apparato che, irritato e sospettoso della spiccata sintonia con Silvio Berlusconi, escogitò per Renzi un destino avverso. Disgregandosi il sistema rappresentativo, liquefacendosi l’autorità dei governi, si riversò tutta la responsabilità a Renzi; sulla rimozione del segretario in molti pensarono di costruire la propria piattaforma, il trampolino. L’epitaffio per D’Alema, dopo queste consultazioni, potrebbe essere quello scritto dal conte di Rochester: “Qui giace il nostro sovrano e re. Delle sue parole nessuno si fidava, non ha mai detto una cosa sciocca, non ha mai fatto una cosa saggia”. Nel suo seggio colui che ha preteso di essere l’erede di Togliatti ha clamorosamente fallito.

Maurizio Liverani