TORBELLA: “LETTERA A UNA PROFESSORESSA”

E’ forse la più singolare tra le compagnie di ricerca del Teatro italiano, anche se provocatoriamente amano definirsi teatro di ritrovamento.  Parliamo dei Chille de la balanza, compagnia nata nell’ormai lontano 1973 a Napoli all’interno di un movimento che comprendeva Artisti come Servillo, Martone, Carpentieri, Neiwiller, e da oltre 20 anni residente nell’ex-città manicomio di Firenze, San Salvi.

Nel mese di novembre ritornano a Roma dopo oltre 20 anni di assenza e lo fanno alla loro maniera, con lo spettacolo Lettera a una professoressa al Teatro Tor Bella Monaca da giovedì 29 novembre a sabato 1 dicembre.

Liberamente ispirato al libro-creazione collettiva degli allievi di Barbiana con la “regia” di Don Lorenzo Milani, nel cinquantesimo della sua pubblicazione e della scomparsa del Maestro, al Teatro Tor Bella Monaca è di scena dal 29 novembre al 1 dicembre LETTERA A UNA PROFESSORESSA, di e con Claudio Ascoli, con la partecipazione di Sissi Abbondanza e Monica Fabbri, video, luci, audio Martino Lega, prodotto in collaborazione con il Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana di Vicchio, Chille de la balanza.

“E’ un libro veramente bello, un vento di vitalità. Fa ridere da soli, e immediatamente dopo vengono le lagrime agli occhi. (…) Di questo libro devo dire in generale tutto il bene possibile: non mi è mai capitato di essere entusiasta di qualcosa e di sentirmi obbligato, costretto a dire agli altri: leggetelo! Lettera a una professoressa riguarda sì la scuola come argomento specifico, ma nella realtà riguarda la società italiana, l’attualità di vita italiana.”

Sono parole di Pier Paolo Pasolini all’indomani della pubblicazione di un libro che avrebbe lasciato una vasta eco nella società italiana: e non è un caso che già dopo pochi anni i decreti delegati e più in generale una nuova idea di scuola (e di società) misero profonde radici, pur tra mille contraddizioni. Oggi i tempi sono cambiati e di molto: è difficile ritrovare la realtà contadina di Barbiana o quella operaia di Calenzano (due luoghi fondamentali nell’universo di Don Milani), né c’è più la contrapposizione frontale tra mondo cattolico e comunista.  Ma mai come in questi ultimi anni la Scuola è ritornata al centro dell’attenzione generale, forse perché si assiste ad un ritorno a condizioni incerte (pur tra mille differenze) a quelle nelle quali operò Don Milani nel suo percorso per “portare un uomo ad essere libero, ad essere soggetto consapevole”. Sembra stia venendo meno, per dirla con parole di Padre Balducci su Don Milani, “la laicità come immediatezza del rapporto tra uomo e uomo, senza strumentalizzazioni confessionali: come pura passione per l’uomo che deve essere se stesso, (…) l’educazione come addestramento alla critica.”  Nella Lettera ai giudici Don Milani osservava: “La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). (…) Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservare quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.”