TORNEREMO AI “TELEFONI BIANCHI”?

di MAURIZIO LIVERANI
Si dovrebbe parlare di quale ruolo la cultura abbia nei programmi televisivi. A Saxa Rubra non si condivide l’approccio tra cultura e immagine con il pretesto che accogliendolo si perpetuerebbe la divisione tra cultura d’élite e cultura popolare. E proprio per aver favorito la cultura popolare fatta di canzonette, di cinema melò, di fiction strappalacrime la cultura è scesa così in basso. L’Italia soffre della mancanza d’élite. Personaggi che non hanno nulla da spartire con le “coscienze critiche”, con le “guide morali”. Sono, senza pretenderlo, delle autentiche guide perché, non appartenendo ad alcuna parrocchia politica, hanno il potere di aiutarci e farci largo tra i diktat dei funzionari di sempre che tengono alla larga ogni motivo di novità. Con la scusa che bisogna tenere testa alla massificazione sempre in atto, tengono lontana la cultura d’élite e di ammonimento morale. Con il suo astuto machiavellismo la televisione ci vuol far credere che scopo del video è di andare “verso il popolo”. Sulla scia di tanto antico slancio verso la cultura popolare – come il minculpop del ventennio – il gran visir della Rai si inorgoglisce per i milioni investiti nella fiction italiana. I capataz della tv sembrano discendere direttamente da quel Zdanov che, vivo Stalin, fu il “teorico del realismo socialista”; mise al bando artisti d’élite come la Achmatova, Mandel’stam, Zoscenko in nome della cultura per le masse. La Rai sa benissimo cosa fa cultura; è terrorizzata che la facciano autori “liberi”. Per ora si limita ad avvicendare i funzionari. Il cinema parastatale, televisivo e non, non può liberarsi dalle catene dei condizionamenti e dei favori. E’ il “delitto perfetto” (così lo chiama Jean Baudrillard) della cultura. Se questo è l’andazzo, rassegniamoci. Che non ci ripropongano i “telefoni bianchi”.

 MAURIZIO LIVERANI