UN CAPITOLO NUOVO DI “GRANDI MANOVRE”

di Barbara Soffici

La “strategia” di Renzi di legare il risultato del referendum Costituzionale alla propria persona non ha pagato. Non ha pagato nemmeno indurre i moderati e gli indecisi a votare per il “sì” facendo leva sull’acquisto di “punti” a livello internazionale e di una maggiore stabilità politica-finanziaria in Italia. Il “no” del referendum costituzionale ha messo in evidenza, in modo indiscutibile, l’evoluzione dell’opinione pubblica (ormai distaccata dalle indicazioni dei media), lo stato d’animo reale, il dissenso di gran parte degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica governativa; ha dimostrato, inequivocabilmente, la “lontananza” delle classi dirigenti dagli umori diffusi, trasversalmente, nel Paese. Così l’occasione di diminuire il numero delle poltrone (perché solo in Senato?) e di superare la “paralisi del Parlamento” con l’abbandono del bicameralismo paritario si è scontrata con il timore di quello che sarebbe potuta diventare l’Italia nei prossimi decenni con una siffatta riforma della Costituzione, con il timore di un possibile peggioramento istituzionale. I rischi del “nuovo” proposto da Renzi, da cui non si sarebbe potuto tornare indietro, hanno portato alle urne un grande numero di cittadini, come non si era visto da anni. Consapevoli della necessità di portare a termine il processo di revisione iniziato, gli italiani hanno però rinnegato anche le proprie ideologie per votare quello che hanno pensato convenisse più a loro, creando di fatto un insieme eterogeneo e disordinato di situazioni paradossali. Mentre molti coetanei del premier, intrappolati nell’instabilità, non si sono fidati di lui, la “stabile” classe dei pensionati ha invece votato per il rinnovamento del Paese; se il “pericolo” di una instabilità politica e finanziaria ha fatto breccia su una fascia di quell’elettorato di opposizione che proprio dietro a questa pressione ha deciso di votare il “si”, una bella fetta del popolo “dem” (vedi Goro e Gorino) ha deciso di votare “no” a prescindere, ostentando una ribellione profonda verso un premier dal quale non si è sentita rappresentata. Così il “voto contro la casta” (come era stato definito da Renzi) si è trasformato in un voto contro il governo. Con i consumi fermi al palo e un’economia incerta, alla fine quello che era, in definitiva, solo un voto “tecnico”, legato alla revisione dell’attuale Costituzione, si è trasformato in un voto politico. E quello che doveva essere un plebiscito sul premier si è trasformato in una sconfitta clamorosa; anche se i renziani continuano ad aggrapparsi a quel 40%  di “sì” (ottenuti proprio dalla classe media-alta, dirigenti, insegnanti e imprenditori) per ripartire, magari con un Partito della Nazione “de-ideologizzato”, “pragmatico, riformista e moderato”.  Intanto l’Europa chiede all’Italia una chiara dimostrazione di credibilità, di capacità nel raccogliere la sfida, senza frenare le riforme. Come aveva promesso, Renzi non è rimasto a “galleggiare”: dopo l’approvazione della legge di bilancio si è dimesso, lasciando dietro di sé una vera e propria palude. Ora il fronte del no si trova a dover superare diversi orientamenti per concentrarsi su l’unico obiettivo possibile: ricostituire un clima pacifico per riportare il Paese alle urne. Magari con una legge elettorale proporzionale. Ma in Italia “la moderazione e la responsabilità”, predicate da qualcuno, devono spesso fare i conti con gli egoismi che albergano all’interno delle stesse forze politiche, arrivate al voto del 4 dicembre in odore di divorzio.  Non è una novità che, a causa delle coalizioni, i premier spesso non sono riusciti a realizzare i progetti che si erano prefissi. Il dialogo e il compromesso sono sicuramente basi fondamentali della politica in democrazia, ma sullo scenario post-referendario grava il fatto di non riuscire a sostituire il governo dimissionario con una maggioranza coesa. Mattarella poi ha già messo i paletti: non si può andare al voto prima del verdetto della Consulta sull’Italicum. Ora le ipotesi si moltiplicano. Visti gli importanti incontri internazionali (tra i quali la celebrazione dei 60 anni dalla firma dei Trattati Cee e Euratom) in programma per la primavera 2017, ipotizzare il voto anticipato per quel periodo (o anche per l’estate) risulta sempre più improbabile. A una settimana dal voto si apre quindi la possibilità di andare verso un “esecutivo istituzionale, politico a guida Pd”, verso un governo–ponte (guidato da Gentiloni?) per risolvere il problema della legge elettorale (c’è chi ha già, da tempo, “aperto un canale per trattare dopo le urne”, per rivedere l’Italicum) o un quasi governo-tecnico (guidato da Padoan?) per risolvere anche i problemi del sistema bancario. C’è però aperta anche la possibilità che, dopo un giusto periodo di attesa, alla fine il Presidente della Repubblica riesca a convincere Renzi a riprendere le redini del comando. Così, uscito dalla porta, il premier dimissionario rientrerebbe dalla finestra. Per rimanere, magari, fino alla primavera del 2018… Di fatto le “grandi manovre” per evitare il voto anticipato sono già iniziate.

Barbara Soffici