UN ODIO RISORGENTE

di Maurizio Liverani

Apro a pagina 120 “L’inconveniente di essere nati” di Emil Cioran (che quando posso cito) e leggo: “La mia visione dell’avvenire è così ‘precisa’ che, se avessi dei figli, li strangolerei all’istante”. Dopo i frequenti femminicidi con figlioletti uccisi lasciati accanto al cadavere della madre, non si ha più paura di rischiare di essere confusi con chi stolidamente invoca le folgori della censura contro rivelazioni del genere. Non si uccide solo per timore dell’avvenire ma anche per odio ed invidia. Agli occhi dei mariti e dei compagni, forse a causa dell’indebolirsi della paura del castigo ultraterreno e dell’inveterato antifemminismo sopravvissuto nel tempo nell’uomo, la donna più si afferma nella vita sociale più si declassa nella cerchia degli affetti. Ogni giorno gettiamo uno sguardo alle pagine degli spettacoli e ci colpisce la natura di titoli che promettono complicate lussurie, amori fuori norma, erotismo ciccioso e voglie matte. I tetri alchimisti dell’erotismo televisivo a corto di risorse inventive cercano la connivenza, da qualche tempo resa più pudica, dissacrando valori per condurci alla risata grossolana. Il cartellonista cinematografico, lo specialista di avvisi pubblicitari e titoli di film contano il millimetraggio della nudità femminile. Il sistema si è generalizzato e in queste cose si è sempre spinti ad andare avanti non indietro. I delitti di questi giorni forse sproneranno l’estro dell’inserzionista ad andare indietro. Non amiamo i testi spurgati. Gustiamo il robusto realismo del Boccaccio, la grassa e saporosa risata del cinquecento, il giocondo libertinaggio e la malizia del settecento. Ma in questi autori l’immagine più forte, la parola più audace hanno l’impronta della sincerità, della sanità morale, della necessarietà. Rappresentano l’uomo senza reticenze pudiche ma senza indugi morbosi: non si arrestano al gusto malsano, saltano su ciò che è corrotto, torbido e vile. In certe riviste la donna è ridotta a cosa; i nudi rimandano a certe immagini pervenutici dai lager nazisti. La spia di questa concezione razzista la fa il “feticismo della mascolinità”. Pier Paolo Pasolini paragonò, ai suoi tempi, le donne così presentate alle “slot-machine”. I nazisti le scuoiavano e con la loro morbida pelle confezionavano macabri paralumi. La donna sale nella scala sociale, gareggia per diventare un’autorità civile; nel contempo, però, nell’ambito familiare accadono tragedie inimmaginabili.

Maurizio Liverani