UN SEGNALE DA SANTA CROCE

di Maurizio Liverani

Quanto accaduto a Firenze induce a riflessioni. E’ doloroso ammetterlo, ma la morte del turista spagnolo colpito da un grosso frammento di un capitello nella Basilica di Santa Croce sembra abbia avuto la funzione di ricondurci a compulsare sulla religiosità imperante non estranea ad attrarre su di sé il biasimo verso il Supremo con episodi così amari. In questa chiesa sono sepolti illustri personaggi, Michelangelo, Galileo, Machiavelli, Alfieri, Foscolo, Rossini, Fermi; ora avrebbe diritto di esservi sepolto anche il povero spagnolo che testimonia con la sua fine come anime elette e animule di fronte alla morte hanno la stessa quotazione. Sappiamo che nella vita anche l’etica è sempre noiosa, rende il mondo squallido e la “livella”, come chiamava Totò la morte, ci rende tutti eguali. Ricordiamo per inciso che nomi illustri della letteratura e della lirica, non nati in Italia, hanno ottenuto il privilegio di essere sepolti nell’isola di San Michele per essere più vicini alla città per loro immortale, la sola degna di ospitare nell’eternità le loro spoglie: Venezia. C’è un pizzico di altezzosità in questi grandi che vogliono consegnare i loro corpi estinti perché venga esaltata la loro grandezza affinché sia utile anche dopo la morte. Perché privarsi di questo privilegio che viene negato ai comuni mortali? Sono artisti di altissimo livello che hanno bisogno di adorare se stessi per credersi degni di una gloria eterna. A un capo partito non veneziano questo privilegio non verrà mai concesso. La Chiesa vuole sì l’eguaglianza, ma in senso ascendente che non possa confondere questi nobiluomini con la gente comune; accogliendoli a San Michele esalta la loro genialità sublimandola con la devozione ai principi religiosi. Per andare per le spicce, la Chiesa considera questi ospiti illustri un singolare “fiore all’occhiello”. Chi non si ferma alle apparenze può concludere, ragionando, che la Chiesa ha introdotto nel mondo la differenza di classe e, scavando più in profondo, aver dato vita a conflitti di classe; insomma, di aver generato un cosmo malsano. E’ questo il motivo che ridesta il proposito di “sbattezzare” invocato dai propagandisti dell’ateismo. Su questa propaganda ateistica stanno nascendo, come un tempo in politica, fazioni che arrivano a negare che l’uomo sia dotato di un’anima e che possa assurgere nel regno dei cieli. Il progetto è più sottile; tende a dimostrare che l’uomo e la donna non hanno né ascendenti né discendenti, un mistero li circonda. L’oscuro oggetto del loro desiderio è il nulla. Gli ateisti sarebbero innocui se si limitassero a negare l’esistenza del soprannaturale; più realisticamente, sono in opposizione senza tregua a ogni tabù borghese e, soprattutto, alla famiglia. Presentano la fede come un surrogato del male di vivere. La fede, per i propagandisti dell’ateismo, sarebbe un inganno che ci trasporta verso una compatta mole di sofferenze che fa scrivere a Emil Cioran “L’inconveniente di essere nati” e “Il tentativo di esistere”. In questo è in accordo con l’Ecclesiaste che afferma: “Tutte le cose sono troppo difficili perché l’uomo possa comprendere”. Se la follia è, oggi, così diffusa è perché senza il soprannaturale è essa stessa una maniera di vivere. Tutto questo almanaccare ci porta alla serena disperazione leopardiana più inquieta e furiosa. Il tentativo di glorificare la natura e un creatore si dissolve alla luce di questo argomentare ateistico in un miserabile castello di carte. I più ottimisti dicono che il mondo è dominato dal caso e fa dire a Goethe: “Il mondo è un grande pazzo” e a Thomas Mann: “Il mondo, forse, è già perduto”. Perdonate un’altra citazione, è del Leopardi: “La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti”. Quanto abbiamo detto ci induce a pensare che non possediamo sicuri ideali positivi.

Maurizio Liverani