A VENEZIA E’ FINITO IL LETARGO

di Maurizio Liverani

 

In una nota su “Distampa”, parlando del regista messicano Guillermo Del Toro, abbiamo previsto che il suo film “The Shape of  Water” avrebbe vinto Il Leone d’oro. Come Valéry, il regista è persuaso che il mondo valga per gli “estremi” e duri per i “medi”. Del Toro prefigura un cinema che si stacchi dal gregge e si metta al servizio di una trasfigurazione della realtà. Era ciò che sosteneva Pasolini con il suo “Teorema” a cui Del Toro si è ispirato. Il regista messicano attinge  dalla realtà un chiarore che agli altri sfugge, una luminosità preludio alla creatività. Deve una ponderata gratitudine ai grandi nichilisti; è stato tentato in questo film dalla ricerca di superare il terreno realista per dare libero sfogo a un talento che fa quello che vuole. “C’è del metodo nella sua follia”: il metodo del paradosso. Darsi al cinema per sopravvivere, come consiglia l’industria culturale, è, per l’autore messicano, un comodo accordo con la vita. L’importante è essere “oltre”. Si avvicina a Oscar Wilde e a Baudelaire. E’ un regista che ha la capacità di offrirsi uno “stile” senza fare di tutto quello che dice un obbligo morale. Mentre il cinema italiano è fermo alla latitante inventiva del neorealismo, Del Toro trae dal cinema ogni forma di stupore; un mondo immaginativo in cui il reale è soltanto illusorio. Abbiamo la conferma che il naturalismo cinematografico è una forma espressiva ormai logora; l’inventiva prende la sua rivincita. E un regista dotato di libertà ideativa si distingue dall’illustratore, dall’istruttore che muove gli attori; scova significati senza adeguarsi alla mera riproduzione di scene e scenette. Del Toro rivela uno stile inconfondibile, non traducibile in romanzo. E’ la seconda volta, in pochi anni, che il festival di Venezia si rivela innovativo; capace di andare controcorrente. La prima volta è stato con un film di un regista svedese dal titolo “Un piccione su un ramo che riflette sull’esistenza”. Roy Andersson accortosi che i piccioni sono stati sfrattati da piazza San Marco, ha ideato su questi “simpatici” volatili un dibattito filosofico sull’essere e non essere. Grande estimatore di Vittorio De Sica, come il regista messicano di oggi, non si è posto al servizio di ideologie putrefatte, ma ha obbedito ai suggerimenti della sua fantasia. I due registi, purtroppo non italiani, credono nella poesia cinematografica. Di qui nasce l’ammirazione di Andersson per le biciclette di De Sica e di Del Toro per Pasolini. Entrambi vessilliferi di penetranti invasioni nell’inconoscibile.

Maurizio Liverani