IL VETRIOLO SPENTO DI FORTEBRACCIO

di Maurizio Liverani

Ormai gli italiani si sono abituati a ridere di tutto quello di cui appena qualche mese fa si piangeva. Per esempio, leggere sul “Corriere della Sera”, in una nota di Antonio Carioti, che l’autore di “Penne al vetriolo” Alberto Mazzuca abbia dimenticato nel “ponderoso e spassoso libro” (ed. Minerva) due giornalisti autorevoli. Uno di questi è Mario Melloni, per l’anagrafe, ex deputato democristiano passato al comunismo. Con lo pseudonimo di Fortebraccio firmava caustici corsivi in prima pagina sull’”Unità”, mettendo alla “berlina” i politici avversi al Pci. Pretese e ottenne di conservare la sua fede religiosa; nella sua stanza di direttore di “Paese Sera”, (di cui ero responsabile cinematografico) il crocifisso era accanto all’immagine di Karl Marx. Il transfuga, da direttore del “Popolo” a direttore del giornale fiancheggiatore del Pci, cominciò a vomitare sui suoi ex colleghi di partito le contumelie che quando era direttore dell’organo ufficiale della Dc riservava ai comunisti. Il suo sarcasmo pascolava nella categoria dei “compositi”; per dire che Fanfani era una “frana” chiudeva il distillato del suo umorismo ribattezzando l’allora segretario della Dc “fanfrani”. Un saggio del suo humour lo ricordo ancora: parafrasando il famoso film “Dio ha bisogno degli uomini”, “potremmo aggiungere -puntualizzava Fortebraccio- che ha bisogno anche delle bandiere rosse”. In quegli anni Melloni fu incoronato principe della satira a Massa Carrara. Gli consegnò il premio Giulio Andreotti, uomo di spirito, che non disdegnava di stringere la mano a chi svillaneggiava i più illustri diccì. La premiazione doveva essere un’esca, una in più, per il “compromesso storico”; l’evento doveva contenere l’Idea del ricongiungimento dei “fratelli separati”. Per Melloni, Andreotti era il democristiano-totem. Quando furono “scongelati” centinaia di milioni (di allora) frutto degli incassi dei film americani girati a Cinecittà,  nacque la Film Costellazione propiziata da un’intesa Dc-Pci. Denaro prezioso che, se reimpiegato in Italia, avrebbe continuato a sostenere la cosiddetta “Hollywood sul Tevere”. L’ampia occupazioni delle migliori maestranze cinematografiche del mondo, come gli americani hanno sempre sostenuto, si ridusse di colpo. Miliardi svaniti cui supplì il denaro pubblico. Verità sparse in diverse testate, inchieste paradossalmente favorevoli anziché essere contro. Soltanto Mario Monicelli provocava, al contrario, la verità e non sorvolava sui motivi. Un’altra verità è quella che, dovendo “Paese Sera” occuparsi della svendita a un gruppo privato, vicino al presidente della Repubblica, delle sale cinematografiche statali, Melloni mi pregò di attenermi alle informazioni che mi avrebbe fornito l’onorevole democristiano Franco Evangelisti, discusso “vice” di Giulio Andreotti il quale quell’operazione, dannosa per il cinema italiano, aveva avallato. Mario Melloni intuì per tempo che in tanto italico trasformismo a lui spettasse il premio Fregoli. Dell’affare se ne appropriò, intelligentemente, con una vasta inchiesta il compianto Trionfera, illustre giornalista dell”Europeo”. Ricordo che il Migliore, che ho conosciuto e frequentato, considerava mezzucci i mezzi di Fortebraccio; guardava agli ideali de “Il mondo”, pilotato da Pannunzio, per arginare le abitudini di cricca del suo partito.  A un seminarista, scontento dell’atteggiamento “classista” della Curia romana, Fortebraccio-Melloni rispose: “Scelga, caro amico, scelga; sia sacerdote se a questa missione si sente chiamato, ma stia dalla parte dei comunisti. Chi dice che vi è contraddizione, vuole salvare l’argenteria…”. I poteri forti, sottintendeva, non fanno alcuna distinzione tra democristiani e comunisti. Alberto Mazzuca, evidentemente, questo passato di Fortebraccio lo conosce e, con ragione, non lo ha inserito nel suo “Penne al vetriolo”, concludendo l’ultimo capitolo con questa sentenza: “Come prima, peggio di prima”. Un ricordo di Ennio Flaiano si rende indispensabile.

Maurizio Liverani