VOLEMOSE BBENE

di Maurizio Liverani

“I cosacchi abbevereranno i loro cavalli alle fontane di San Pietro”. La profezia di Nostradamus, poi riproposta anche da Don Bosco, andrebbe oggi letta così: i cavalli non saranno quelli cosacchi bensì quelli degli islamisti. Il Papa a riposo Benedetto XVI ha mosso, con accenti lievi, un duro rimprovero a Papa Francesco il quale deluderebbe, secondo il tedesco, i veri cattolici perché non saprebbe far fronte ai tempi cupi che si annunciano. Questo è l’argomento del giorno. Viva è sempre la dannazione di questo Paese che, a partire dall’Unità, è costretto ad accontentarsi di quel che passa il convento. Per alcuni, Paolo Gentiloni sarebbe il solo che più si avvicinerebbe, in questo momento storico, a governare la nazione. “Faccio notizia – dice la faccia del premier – perché non ho nulla che faccia notizia”. E’ un modo per stimolare la rassegnazione degli italiani verso l’assenza di un governo comunque promesso che, per chi vuole accelerare i tempi, dovrebbe avere il volto di Luigi Di Maio. Inscenando questa pantomima si è scelta la strada degli incontri separati  tra i vari leader che sino a qualche giorno fa si trattavano a male parole. E’ la nuova tecnica che ha preso, finalmente, il posto di quella che per tanto tempo è stata considerata una sorta di guerra civile, in cui ci è scappato anche qualche morto. Per evitare una bancarotta che è sotto gli occhi di tutti e con i diktat della “dittatura finanziaria” (così la chiama Emil Cioran) senza ricorrere alla violenza, che per fortuna vive nella mente soltanto di alcuni professionisti dell’eversione, si è scelta l’ipotesi di una classe politica che, dialogando, possa arrivare a una soluzione, buona o cattiva fa lo stesso, ma senza trambusti. Il presidente della Repubblica inalbera il suo capello bianco esortando a debellare le residue ostilità a favore di un’operazione che vuole a ogni costo, imponendo la svolta in termini di unità nazionale e di richiamo alla responsabilità. E’ questo l’inciucio che preferisce. La parola inciucio è scomparsa dai giornali per placare gli animi dei residui lettori, perché un elettorato secessionista è ancora vivo, non nell’interesse del Paese, ma della propria tasca. Una frangia autorevole del dimezzato Pd, trovando ascolto in frange esigue di altri partiti, è per una riedizione di quest’ultima consultazione che ha rivelato il volto di una nazione che non ha mai conosciuto democrazia, unità, ma violenza e rampogna. Il filosofo francese André Glucksmann è così preoccupato, soprattutto per l’Italia, arrivando a scrivere: “Temo che la destra approfitti della stupidità della sinistra per bearsi della propria stupidità”. In sostanza, si è sempre in cerca di poltrone. I tecnocrati della politica non hanno nulla in comune con i tecnocrati del passato. Gli attuali sono dei mormoratori, non hanno nulla di teutonico; destano, nei testardi, soltanto nostalgia. La fanfara liberale si è subito sfiatata in altre formazioni aventi qualcosa di consimile. Questa è, pressappoco, la situazione. Matteo Salvini si atteggia a formichina laboriosa per conto della destra; gli affiliati temono sempre che ricada nel racket della rissa. Per restare al vertice – per il momento non c’è – ci sono regole fisse; la prima esige disponibilità, socievolezza anche verso gli ex nemici di sinistra. Restando stabili su questo versante si varca il portone di palazzo Chigi. Così esige l’attuale farsa politica.

Maurizio Liverani