ASTIO LOGORO

di Maurizio Liverani

Nella foto pubblicata dal “Corriere della Sera” a corredo dell’intervista che Aldo Cazzullo fa a Massimo D’Alema, questi ricorda Napoleone quando, entrato in Russia dopo aver chiesto alle autorità di andargli incontro, si accorse amaramente che non un’anima si era mossa. L’ex leader, a dispetto della sua scarsa simpatia, si presenta sempre come un fenomeno naturale, una marea o una eclissi. Per farla breve, potremmo definirlo un parlamentare “zeppelin”, dirigibile noto per gonfiarsi a dismisura, elevarsi molto in alto e poi ridursi in cenere. Nonostante le sconfitte, quando parla rantola d’estasi; ha la fierezza di un giustiziere. Ha dalla sua il favore di certa stampa che per ogni peccato gli accorda un perdono (leggi intervista). L’oblio gli viene elargito da alcuni iscritti al partito. Da quando è riuscito a far eleggere al Mugello Antonio Di Pietro, è convinto di poter eliminare tutto ciò che minaccia il suo prestigio, indipendentemente dal fatto se sia buono o cattivo; in questa sua specificità è un perfetto stalinista. Non si è mai rinnovato. Ha avuto molte occasioni per sondare la resistenza della controparte, cioè quella dei suoi avversari. Il rischio di cui non si è avveduto in tempo è che, tra un fallimento e l’altro, spuntavano rivali agguerriti e con un corredo di idee assai più vasto del suo. Il comunismo alla D’Alema consiste nel mettere tutto il male da un lato e tutto il bene dal “suo” lato. La somma dei motivi che sospinge gli italiani a non aver simpatia per lui nasce nelle intime pieghe di questo difetto. Queste reazioni ostili mettono D’Alema in uno stato di irritabilità. La maggioranza dei correligionari avverte per istinto quanto sosteneva uno dei fratelli Rosselli: “Cullando il popolo con una perpetua esaltazione delle sue virtù, il comunismo vuol renderlo più facilmente soggetto alla dittatura”. La dittatura agisce, oggi, meglio dietro lo schermo della democrazia. Lo scandalo è che si è portato il comunismo oltre la soglia del potere trascurando queste verità conosciute da quasi un secolo. L’avversione di D’Alema per Matteo Renzi è che il nuovo segretario del Pd vuole disseppellire queste verità imbalsamate dai suoi predecessori. E’ uno sforzo per uscire dalla gabbia di ideologie che non hanno alcun sostrato ideale.

Maurizio Liverani