AUDREY DOLCE E IMPEGNATA

di MAURIZIO LIVERANI
 

 
Oggi Audrey Hepburn (Ixelles, 4 maggio 1929 – Tolochenaz, 20 gennaio 1993) avrebbe compiuto 90 anni. Maurizio Liverani, che Le è stato grande e fedele amico, dedica alla grande attrice, e donna straordinaria, questo suo ricordo  

Come Marilyn Monroe, Audrey Hepburn non è stata soltanto una diva, ma anche un concetto. Sopravvive come fumo errante che cerca una sede. Di origine olandese, Audrey è stata scelta da Colette per interpretare “Gigi” nella versione teatrale americana. E’ stata in seguito caricata da tanto sentimentalismo romantico al punto che, con gli anni, l’attrice avrebbe corso il rischio di essere una sopravvivenza stucchevole. La morte ne ha fatto un mito. Nella vita di una diva dello stampo di Audrey domina l’interdizione degli anni. Dopo il sollievo del semaforo verde di “Vacanze romane” e “Sabrina”, subito il semaforo rosso di “Colazione da Tiffany”. Da quel film di Blake Edwars l’attrice uscì con l’immaginazione mortificata, nonostante il successo al box office. Blake Edwars non aveva la “classe” di Billy Wilder. Gelosa del proprio aspetto, reso più bello dall’intelligenza, fu costretta a rientrare nei ranghi di un divismo convenzionale; la gioventù la piantò in asso troppo presto. Prima dell’eclisse, il divismo, con Audrey, cominciò una delle sue ricorrenti grandi manovre. Le sue magre forme plasmarono le prosperose rivali ed eredi. Solo lei poteva lanciare sullo schermo l’abito a tubino, le scarpe senza tacchi, le sopracciglia ad angolo retto, elevato a moda. E hanno cercato di assomigliarle. Molte si sono riplasmate sulle sue pose come manichini di cera. Messa ai margini dalla malattia, la Hepburn volle fare l’ancella dell’umanitarismo, mettendo se stessa al servizio dei reietti. Siamo lontani, con lei, dal ritratto convenzionale della diva. Era stanca di essere un po’ scampolo, tenero e candido in un mondo in cui si vive di splendori effimeri. Non amava il mondo delle protette. Può sembrare paradossale che un pensatore come Karl Marx avrebbe potuto esprimere un sentimento profondo per la sua fidanzata nelle lettere ad “una sua” Audrey molto simile alla sua “principessa del sogno”. L’avrebbe messa nel palazzo delle fate, avrebbe considerato impegnati nella lotta al privilegio film come “A qualcuno piace caldo” e “Sabrina”, diretti di Billy Wilder, opere sostanzialmente impegnate. Marx, come Wilder, sognava di far sorgere dal reale l’ideale, il sogno. Il bel volto di Audrey si coprì a poco a poco di dolore. Il suo, più che uno sguardo appariva come il lamento dell’anima.

MAURIZIO LIVERANI