BRANDO, O DELL’AUTODISTRUZIONE

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI

BRANDO, O DELL’AUTODISTRUZIONE

Abbiamo rivisto in televisione un film bellissimo del regista Elia Kazan, pellicola che rese celebre Marlon Brando: “Fronte del porto”. Un film unico e irripetibile con il quale Marlon acquistò importanza rappresentativa di un tipo umano eccezionale e che segnò una svolta nel mondo della cellulosa. L’attore, con “Fronte del porto”, “Giulio Cesare”, “Bulli e pupe”, divenne il numero uno del divismo internazionale. Il film di Kazan è tuttora attuale e tratta una materia drammatica: la lotta dei portuali nel mondo capitalista. La recitazione di Brando è di una tale intensità da indurre il divismo hollywoodiano a metterlo sul piedistallo dei grandi interpreti. I divi americani, quando arrivavano a Roma, erano preceduti da una fama inquietante, molto spesso creata ad arte. Quando, dopo “Un tram che si chiama desiderio”, Brando raccolse l’eredità di Gary Cooper e di Clark Gable, gli ammiratori lo posero sul trono dei divi più fascinosi di ogni epoca. La sua volontà di apparire demoniaco assunse aspetti drammatici nelle sue vicende sentimentali. Non appena si assise sul trono, Marlon vi mise sotto una bomba e accese la miccia. Una serie di insuccessi lo hanno mandato quasi a picco. Si disse, allora, che somigliava a Socrate, il più eroico masochista della storia. Sembrava che l’attore nulla desiderasse quanto il martirio. Ruppe il fidanzamento con la figlia di modesti pescatori e modella nello studio di un pittore perché la ragazza aveva annunciato che lo avrebbe sposato. Con la moglie Anna Kasfhi si costrinse ad apparire odioso, brutale, quasi spregevole. Al processo per il divorzio, la moglie confidò che nell’intimità familiare Marlon inseguiva la distruzione di ogni morale, quasi una sfida al cielo. L’opinione puritana cominciò a vederlo come il portabandiera della dissoluzione e delle più terrene cupidigie. Alla fine di ogni udienza, appariva sorridente e contento, nei suoi occhi c’era tripudio e non timore per le conseguenze che le rivelazioni avrebbero avuto sulla sua carriera. Come di frequente accade ai troppo intelligenti, ai troppo sensibili, lo scandalo fomentava in lui un orgoglio fatto di rivolte, di grida perentorie, di sdegnosi insulti. La prima volta che venne a Roma, pronunciò contro Hollywood parole di fuoco; disse che al città del cinema serviva soltanto a influenzare i consumi. “Senza di me”, disse, “non avremmo assistito alla diffusione delle giacche di cuoio”. Raccontò che quando Clark Gable si mostrò in un film senza canottiera, rovinò per qualche anno il commercio del ramo, mentre le immagini dei gangsters avrebbero contribuito a diffondere il consumo dei grossi sigari. “Conosco il mio destino”, disse, “un giorno si legherà il mio nome al ricordo delle giacche di cuoio”. Per impedirlo, aveva un solo modo: annullarsi come divo per riemergere come attore. Nel giro di pochi anni perse l’antica iattanza e le brusche maniere. Si impegnava ad apparire dolce, arrendevole e cordiale. “La sconfitta è il blasone dell’anima ben nata. Così pensano gli spagnoli”, mi disse e sentenziò: ” Io sono in parte un uomo sconfitto”. Continuava ad autodistruggersi, minimizzava i propri meriti facendo accenno a una sua totale disfatta. “Ho firmato contratti per film che ormai debbo fare”; uno di questi con il regista Pontecorvo, pessimo. Se scorgeva in chi lo ascoltava un po’ di solidarietà, con un sorriso satanico, rompeva il velo di mestizia che gli calava sulla faccia. Quando, per esempio, gli parlarono di Peter O’Toole si limitò a dire: “Dopo “Lord Jim” lo danno per spacciato… ma non bisogna sottovalutarlo, è un uomo intelligente, si rifarà… purtroppo i brutti film rimangono attaccati alla pelle come sanguisughe…”. Brando non è mai riuscito ad avere rapporti amichevoli con O’Toole; senza indulgenza, diceva che Peter sarebbe stato ricordato come colui che “ha confuso l’eroe di Conrad con Amleto”. Per interpretare “Lawrence d’Arabia”, Brando avrebbe sacrificato buoi e agnelli al Signore. Spiegel, il produttore del “Fronte del porto”, aveva scelto Marlon molto prima che l’attore inglese gli strizzasse l’occhio dal palcoscenico dell’Old Vic. Brando, per essere degno della parte di Lawrence, si mise a dieta; aveva già sperimentato un severo regime sino a perdere una ventina di chili. Quando seppe che la parte sarebbe andata al rivale, pensò che per lui era irrimediabilmente finita. O’Tool era smilzo e imbrattato di lanuggine come il leggendario Lawrence, le sue inique cure dimagranti non erano servite a nulla. Spiegel per farsi perdonare lo ingaggiò per interpretare “L’inseguimento” del regista Arthur Penn. “Ho bisogno di un pozzo di soldi”, scrisse Marlon al produttore che rispose: “Va bene. Ti rifarai con me senza bisogno di dimagrire”. Da allora Brando sostenne che il cinema lo faceva soltanto per guadagno; altrimenti avrebbe fatto soltanto teatro. 

MAURIZIO LIVERANI