CANTANTI O URLANTI

di Maurizio Liverani

Intorno al festival di Sanremo si è costituita un’industria della presa in giro. C’è da precisare che fra i segni del nostro tempo la “cattiveria” è annoverata come un atteggiamento estetico. Non si è intelligenti se non si è cattivi, non si è critici completi se non si mette una certa dose di demonismo in ciò che si scrive. Rigurgitare tossine su certi cantanti è certamente doveroso. La richiesta di cattiveria per il festival di Sanremo non investe i cantanti, soprattutto perché delle loro canzoni non si capisce, forse a causa di disguidi tecnici, che cosa dicano e cosa vogliano dire al pubblico. Nello spettacolo parlar male dei colleghi, dei propri amici è il solo modo di considerare la vita canora come qualcosa di reale, il solo modo di sentirsi partecipi di una consorteria che per se stessa interessa assai poco. Un critico ci consiglia di affermare che una cantante è la “ragazza della porta accanto”, espressione logorata dall’uso. Un’altra cantante sarebbe una sfida alla moda del genere delle star decorative; un’altra, come direbbe Jean Baudrillard, infila il proprio corpo in una combinazione nervosa e muscolare. E’ il modo ideato dagli autori di avvicinarla alla cosiddetta donna angelicata e insieme votata all’amore. Cioè il desiderio carnale che si fa strada senza rompere l’incanto del sentimento. Sanremo, con il suo festival, non è una manifestazione soltanto canora; è un fatto di costume. Si ha quasi noia a ripeterlo: se contenesse soltanto le canzonette sarebbe già morto da anni. Questo in corso, sostengo i discografici, tiene appena il “minimo”. Segno che si sta tornando a una certa chiaroveggenza. Il “canorismo” è sempre più deplorevole; la retorica dell’amore trova un peggiorativo nel falso sentimentalismo. Il cuore esposto in vetrina infonde un senso di nausea. Il corpo somiglia spesso a una estensione di una donna semplicemente tecnica, pronta  a incarnare tutte le versioni del sesso, vittima di uno sfruttamento “tutto visivo” che ne ha fatto la parodia di se stesso. Ragazze d’oggi, amabili, carine, noglobal, bravissime nel cantare secondo gli schemi della globalizzante canzone americana. Le canzoni di un tempo ci davano il senso di qualcosa di concluso, in queste di oggi, urlate e incomprensibili, si ha al massimo un senso di sorpresa.

Maurizio Liverani