C’ERA UNA VOLTA VENEZIA… MA IL DUELLO CONTINUA

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI 
C’ERA UNA VOLTA VENEZIA… MA IL DUELLO CONTINUA

Il credo estetico di chi ha scelto i film per gli ultimi festival del cinema di Venezia non somiglia a quello di Oscar Wilde per il quale “non esistono libri morali e libri immorali”. I libri, come i film, sono scritti bene o male, questo è tutto. I film delle ultime edizioni si affidano al verbo neorealista con una realtà banalmente fotografica; sono nobili ma immalinconiscono. Un regista dal nome impronunciabile, Zhang Ymou, ha avuto il Leone d’Oro perché ha “montato” le immagini di una realtà squallida come quelle che ogni giorno ci mostrano i tele-reportage dalle zone del terzo mondo. L’attimo “mortale” della presa di immagini reali ci riporta al Kosovo, alla Cecenia, a Timor, e a tanti altri luoghi che la Tv ci dà in diretta. Questa usanza realistica deriva certamente dall’imperversare in Cina e in Iran di teorie pseudoestetiche e puritane. Teorie che predicano con singolare fanatismo la rinuncia a ogni splendore dell’arte, all’invenzione, all’ornamento, alla fantasia; e impongono l’astinenza, la scheletricità, la parola nuda, la frase senza aggettivi e senza le immagini della meraviglia, la voce senza timbro. Siamo ancora all’uomo della strada. Si crede faccia arte registrare i vagiti e i balbettii di un bimbo; si esaltano scarabocchi di pittori di sette anni o la gracile, tenera ginnastica di piccoli cinesi. L’arte non è pura spontaneità e tanto meno pura realtà. L’arte è una costante, indispensabile educazione dell’istinto, così come è una necessaria sopraffazione – anzi, un magnifico sopruso – compiuto ai danni della realtà. L’arte più alta travolge il reale per raggiungere una verità accettabile in tutti i tempi e in tutti i luoghi. La realtà quotidiana diventa poetica soltanto se perde il proprio aspetto greggio, larvale per assumere una forma in largo senso simbolico. La sua funzione al Lido è stata quella di mortificare il cinema americano e quello occidentale. La premiazione dei film cinesi e dei film iraniani rientra in quella moda d’origine moralistica che si ostina a cercare la verità nella realtà. I buoni sentimenti possono fare un buon discorso morale; raramente un esauriente discorso estetico.

MAURIZIO LIVERANI