CHE C’E’ DA RIDERE

di Maurizio Liverani

La gente di sinistra, che si intestardisce a credere in ideologie rivelatesi bolle di sapone, rimpiange i tempi quando alla staffa della politica attiva c’erano personaggi come Silvio Berlusconi; insomma, tutta gente che offriva ai professionisti della risata un posto chiave. Puff… e il pallone si è sgonfiato. Da grandi della risata sono stati declassati a semplici noiosi schermitori. La routine ha svuotato di qualsiasi valore gli ideali che puntellavano i partiti. Quelli che una volta chiamavamo i grandi della risata appaiono sbiaditi interpreti che contrabbandano la volgare rampogna per ironia. Maurizio Crozza, ad esempio, ha perduto di colpo un posto nel pantheon dei caricaturisti prestigiosi. Al dizionario dell’arguzia sostituiscono il prontuario dello sberleffo. Questa sindrome ha raggiunto le invettive esasperate di Grillo che da scamiciato giullare del M5s è entrato nell’”ossario” politico. Nel riso di questi pseudo umoristi c’è sempre qualcosa di troppo contingente che spegne la comicità; sono coinvolti nell’ “idealismo ribassista” il quale induce a pensare che i veri capi non siedono in parlamento, ma fuori dell’emiciclo. Per esempio, Roberto Benigni, per non lasciarsi coinvolgere nella crisi, si fa trovare in tutte le occasioni in cui vengono assegnati premi. Non potendo più prendere in giro Dante, fa elogi sperticati del cinema sino a toccare le vette dell’esagerazione. Il suo scopo è evidente: non mi cercate più e io vengo a elemosinare consensi gridando a perdifiato che il cinema è la cosa più bella del mondo. L’incontinenza nell’esaltazione sopperisce alla improvvisa mancanza di talento. Incalzato dalla frenesia di apparire uno spiritoso esaltato, sembra dia sempre in escandescenze. I nuovi padroni hanno imposto all’ironia una mortificazione bruciante. Venuto meno il personaggio da sbeffeggiare, affievolitesi le ideologie senza dogmi e senza principi potrebbero rifarsi ad autori come Mino Maccari (foto), Leo Longanesi, Ennio Flaiano. “Aiutiamo i benestanti -sentenziava amareggiato Maccari- ci sono già troppi poveri”. Aggiungeva: “Dagli il voto, ma non al mano”. Si potrebbe far rinascere Flaiano con il suo “Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento tanto bene”. In un’epoca priva di personalità, capaci soltanto di mettersi al passo vicino alla cassa, non avendo alcuna attrattiva, i nostri comici potrebbero affidarsi alla commedia dell’assurdo, a una struttura narrativa basata sul caos. Purtroppo in loro c’è posto soltanto per la cattiva educazione e per il rispetto per il potere. L’arco costituzionale non li ama più.

Maurizio Liverani