CHI L’HA VISTO?

di Maurizio Liverani

Inalberando la sua deliziosa smorfietta filosofica, Giuliano Pisapia si è ritirato dalla lotta. Come il cardinale di Retz, l’ex sindaco di Milano si è convinto che in tutte le cose del mondo c’è un momento decisivo: “La migliore dimostrazione di saggezza è riconoscere e afferrare al volo questo momento”. Il suo intuito, marchiato a fuoco dal dubbio che il “momento” sia già passato o stia passando, lo ha indotto ad auto-emarginarsi, mentre tutti nel Pd lo volevano nella loro lista. Gli hanno suggerito all’orecchio che nel partito ci sono alcuni “killer” (così li chiama Achille Occhetto) che lo volevano tra le loro file per poi dargli una maramaldosa pugnalata preparata subdolamente. In sostanza, Pisapia ha capito che gli ex del pci hanno rinnegato Stalin, ma tengono in gran conto il suo insegnamento; lo hanno ricevuto nel loro dna che si perpetua di padre in figlio. Lo stalinismo ha insegnato principi e un metodo. Importa poco che i più evoluti abbiano introdotto ritocchi ispirati alla socialdemocrazia o aggiornamenti pseudo liberistici. Ogni generazione di comunisti tiene in circolo le ascendenze, solo qualche volta per eliminare le conseguenze; i più facinorosi per farle vivere in forme aggiornate più ingannevoli e subdole. Gli insegnamenti lavorano negli anfratti profondi della loro coscienza. Un famoso collaboratore di Freud ha definito questo fenomeno una malattia incurabile, esattamente: “peste psichica”. Il venir meno del referente moscovita accorda al post comunista uno “status” privilegiato. Pisapia non crede nell’autocritica dei compagni italiani. Il loro ravvedimento non è un’autentica crisi, ma è dettato dal calcolo. Nel comunismo, o in quanto ne rimane, la malafede va intesa nel senso datole da Sartre: è rifugiarsi nella menzogna multipla. Un espediente per confondere che si va estendendo anche in altri partiti, pronti ad allearsi con il Pd. Il cervello di Pisapia non è un ricettacolo inerte e docile di questa “peste psichica”. Resosi conto della trappola, si è improvvisato puledro che non si riesce a domare. Perché meravigliarsi? Il racket della paura è prodotto da quella coltre di conformismo di sinistra che pian piano va diradandosi. L’ex di fatto è tuttora guizzante, polemico e acceso, sempre immerso nel gauchismo sia che scriva sulla grande stampa o faccia il “mezzo busto” nelle rete televisive. Per avanzare più in fretta si ingaggiano i personaggi più dotati. Stiamo dicendo cose più volte dette, ma che non è male ripetere. Chi crede ancora nella possibilità di dialogo con questi sopravvissuti allo stalinismo o lo fa per calcolo o, come giustamente ci ha spiegato il compianto Enzo Bettiza nel suo “Diario di Mosca”, è psicologicamente debole. Pisapia doveva essere l’uomo nuovo di queste elezioni; con lui candidato, i contrari avrebbero fatto di tutto per fargli lo sgambetto cercando di scavare un solco ideologico tra lui e la dirigenza. Che cosa temono da Pisapia i boss del Nazareno? E’ questa la novità piccante nell’attuale politica; con lui la sinistra si sarebbe mostrata sotto una luce favorevole e accattivante. In accordo con i partiti contrari al Pd si è deciso di escludere dalla competizione una personalità che rappresenta una forma corretta, più civile della schermaglia politica.

Maurizio Liverani