“IL CIAK DEI REGISTI INDOMITI”, NUOVO LIBRO DI

LA GRANDE ARTE ESIGE SEMPRE PIENA AUTONOMIA  –

di Barbara Soffici

Il cinema è da tempo incatenato alle leggi di mercato e al giudizio di commissioni che non sempre sono in grado di “valutare artisticamente e culturalmente un film sulla scorta di un intreccio”.  Così fiumi di pellicole, privi di novità, di ricerca, di urgenza narrativa e di “necessarietà”, invadono le sale, mostrando, nei casi migliori, solo fittizi sprazzi di vitalità. Maurizio Liverani, nei suoi articoli e libri, ha spesso descritto la realtà avvilente di un cinema “costretto a percorrere sempre gli stessi binari”, di un “cinema tenuto in vita grazie al ‘mercato delle merci’, con film fatti con abilità e mestiere ma intellettualmente minorenni”, di un cinema che ha perso ogni capacità di anticipazione, da troppo tempo immerso nel “clonaggio”, nella “totale indifferenza del linguaggio”, dello ‘specifico filmico’, delle ricerche tecniche e formali, nella totale mancanza di uno stile inconfondibile e di una sincera autocritica.   Con questo nuovo pamphlet, “IL CIAK DEI REGISTI INDOMITI”, il critico cinematografico, regista e scrittore intende ribadire, ancora una volta, che il prestigio del cinema è sempre più legato al passato. Chi ama “il cinema-arte”, sempre frutto di ingegno indipendente, non può che rifugiarsi nel ricordo, nel recupero appassionante delle vecchie pellicole, le sole “che tengono viva la memoria del cinema-cinema”. Ogni ciak, ogni singola scena, ogni singola ripresa dei registi che sono riusciti, senza mediazioni, a raccontare storie, ad esprimere emozioni profonde, sfuggendo alle catalogazioni semplicistiche, acquistano un valore superiore rispetto ai ciak dei registi che invece si sono applicati seguendo linee artistiche imposte. Il regista non solo coordina e dirige la lavorazione di un film, ma è anche responsabile dell’impostazione e del suo risultato artistico-culturale. E la grande arte, ha ribadito spesso Liverani, ha sempre preteso piena autonomia, ha reclamato una ricerca continua per rinnovarsi, per rigenerarsi.   Con il proposito di “rilanciare il merito, lo spirito d’iniziativa” l’autore ha perciò riproposto all’attenzione del lettore alcune sue interviste (pubblicate in ‘Momento sera’ e nelle riviste ‘Tempo’, diretto da Arturo Tofanelli, ‘Settimana Incom’ e ‘Il Dramma’, di cui Maurizio è stato direttore) a registi che hanno scritto la storia del mondo della celluloide. Interviste in cui si rievocano episodi sconosciuti della loro vita privata, sono rivelate i loro orientamenti artistici, le loro ostilità, i tentativi, i fallimenti e i successi.  Liverani racconta il sarcasmo con il quale l’austriaco George Wilhelm Pabst ha affrontato il tema della “rigida disciplina militare” del regime hitleriano; la “casistica sentimentale astratta e raffinata” adoperata da Louis Malle per trattare il tema del “mal d’amore”, dell’illusione e del disinganno; la rude indipendenza di Pietro Germi, che è riuscito a fare tutto da solo; il “carattere” e le precise “idee cinematografiche” dell’ “eretico” François Truffaut; gli epiteti di Francesco Rosi contro la vanità dei centri intellettuali della Città Eterna; l’ideale femminile che Roger Vadim, indifferente ai pregiudizi borghesi, insegue nei suoi film;  le condizioni angoscianti, le introspezioni e gli affreschi sociali del tormentato Alexander Kluge; le metafore adoperate da Federico Fellini per raccontare la realtà dell’Italia; le rivendicazioni di libertà artistica di Milos Forman; l’astuzia del velleitario Claude Lelouch nel “confezionare film come vuole la rispettabile clientela”; il “modello interiore” di Luchino Visconti per “non cadere nella paccottiglia narrativa in cui il neorealismo ha trascinato molti altri”. Maurizio Liverani, con uno stile di scrittura raffinatissimo e una sapiente capacità, sovraintende ogni narrazione, sublima ogni “confessione indocile”, sistema ogni pezzo nell’ordine dovuto. E con generosità inverte il suo ruolo, da intervistatore a intervistato, regalando uno “spazio” di questo libro a una serie di domande su Fellini che gli sono state rivolte da un giovanissimo studente appassionato di spettacolo e di cinema, Giacomo Carioti (ora direttore dell’Agenzia Giornalistica Distampa) con il quale Maurizio Liverani ha condiviso, dagli anni ’70, un lungo percorso giornalistico e umano.

Barbara  Soffici

 

(dalla Prefazione di “IL CIAK DEI REGISTI INDOMITI” )