CINEMA E FESTIVAL: LA STRADA SBAGLIATA

di Maurizio Liverani

Ormai si ammette pubblicamente che le sovvenzioni statali possono formare un film, ma non produrre un talento. I partiti hanno alimentato il clientelismo, mentre l’invadenza dei mediocri, ma lottizzati, ha spento il principio della selezione professionale, vitale per il libero mercato cinematografico. Lo spettacolo italiano, sia teatrale che cinematografico e televisivo, si regge su un sistema di ricatti. I registi cari al sistema conoscono così bene il trucco da essere i soli a giovarsi dei crediti e dei finanziamenti pubblici, concessi a film di particolare valore… politico. Dietro lo scudo della denuncia sono evaporate somme enormi. Sono cose risapute e registrate dai botteghini; il cinema fatto sotto la tutela statale e nell’indirizzo politico è puntualmente sconfitto. Nel settembre del 1972, Ennio Flaiano scrive in un elzeviro dal titolo “Epigrammi”: “Sono andato a vedere un film tratto da un mio racconto e non l’ho riconosciuto. Eppure intorno a me si parlava di diritti e di proprietà d’autore. Eccomi dunque decaduto dalla mia qualità d’autore. Mi consolo più tardi nell’atrio del mio albergo dove incontro Tretti, regista vicentino autore di due film che a me piacciono molto e che non sono mai usciti, perché danno fastidio a tutti. Tretti ha messo la sua fortuna personale in due film e non ha ancora perduto la speranza che il pubblico li veda. Chi potrà aiutarlo ormai? Il suo sereno ottimismo mi sconvolge. Mi ha parlato di un terzo film che ha in animo di proporre… a chi? Augusto Tretti è il tipico autore (morto qualche anno fa) ingombrante che non aveva capito e forse non avrebbe mai capito il gioco degli interessi creati; perciò l’ho stimato e gli ho voluto bene. Che sia un non-italiano?”. Che ne è oggi del compianto Tretti? Ne è stata cancellata ogni traccia… resta nel mio ricordo come esempio di uomo libero. Mi sono ormai convinto che il cinema abbia perduto il suo profondo significato delle antiche soluzioni, ma non ha più il senso del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male. E’ questa la lezione del cinema contemporaneo; non diciamo che non ci sono più modelli da seguire supinamente, le strade del cinema sono infinite, ma in Italia la paura di una crisi definitiva è nell’aria. Quando il mondo comincia a perdere interesse per i nostri film – disse tempo fa il presidente dei produttori – nessuno sapeva esattamene cosa fare anche perché nessuno sapeva esattamente come fare e perché nessuno sapeva quale erano state le ragioni del successo. Oggi Cinecittà non ci offre che scampoli di una minuta amarezza, sermoncini socio-moralistici, realismo ingenuo, instancabilmente macinato. Il “realismo impegnato” è venuto ormai a noia perché ha un temperamento ripetitivo. Lo spettatore abituato ai traumi in diretta televisiva, di fronte a questi film, ne avverte l’inutilità. Da noi, da anni, manca l’eccellenza assoluta, ci diano almeno quella relativa. Altri Paesi resistono su una potenziale vitalità; dopo gli Oscar, come dopo i festival, viene il mercato. Questa regola gli americani l’applicano al cento per cento. La loro invadenza ha portato all’anestesia totale delle nostre facoltà creative. I produttori e le categorie interessate fanno finta di non vedere e si affidano a uno svagato ottimismo di superficie. Ma il motore dell’arte non risponde, privazione aspra resa più amara, irrecuperabile perché abbiamo imboccato la strada sbagliata. I veri talenti non sono esauriti; non è morta la fiducia nel cinema. Il guaio è che la creatività è regolata e premiata secondo gli orientamenti politici degli autori.

Maurizio Liverani

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Nella foto  – Festival d’altri tempi: Alberto Sordi con Maurizio Liverani nel 1966