CON TOTO’ E VERDONE LA COMICITA’ E’ SALVA

di Maurizio Liverani

La televisione italiana è andata a rovistare nel passato e ha riproposto spettacoli di Totò, alla ricerca pertinace della novità. Forse si è accorta che la nuova arte di far ridere poggia sulla sterilità e sulla logomachia; tutti gli sketch obbediscono a una stessa legge che Woody Allen ha così sentenziato: “Noi dello spettacolo siamo degli yo-yo umani; ci muoviamo a zig zag tra la disperazione e la speranza animale”. E’ difficile che rinascano attori come Totò e Sordi, ma la speranza è dura a morire. Gli italiani se vogliono vincere la disperazione e combattere la depressione debbono frequentare più spesso questo tipo di attori-principe della risata che se ne sono andati lasciando volonterosi eredi. Per il romanziere, per lo scrittore di teatro, per il cineasta la consapevolezza dell’assurdità della vita è più utile dell’idealismo appassionato perché li porta all’ironia che li salva dal cinismo. Ormai abbiamo preso atto che tutto è negazione; la famosa tragedia italiana è che non si vuole prendere coscienza che è stata una lunga serie di fallimenti. Potremmo dire che il cinema italiano è rinato grazie ad alcuni dei suoi comici più prestigiosi, con registi che si attribuivano una missione: quella di dimostrare quanto sia illusoria la fiducia in un mondo nuovo, e quanto fragile il sogno di un cambiamento. Si può riuscire aggrappandosi all’assurdo come hanno fatto Ionesco e Beckett, e anche Mister Bean. Ecco perché rimpiangiamo Totò: è stato, forse, il solo da noi a essersi accorto, da artista, dell’importanza di prendersi gioco della seriosità. Nel cinema, come in teatro, mantenere in vita l’impegno si rischia il naufragio nel cartellonistico, nel non convinto. Strehler era inscindibilmente legato a quel Brecht come il vendicatore alla sua vittima. A questo mondo vecchio e guasto apparteniamo tutti; Brecht ne desiderava ardentemente la fine. Sono scomparse le grandi idee-forza dei due secoli scorsi. Nel cinema avviene quello che accade nella politica; ci sono miti che rivelano di essere una lunga serie di fallimenti. Il senso dei grandi ideali è stato essenzialmente un inganno. La comicità che prende la via triviale declassa le idee e sanziona la rinascita di una comicità alla Totò. Il principe De Curtis aveva una mente completa, feconda, inasprita dal senso della sua superiorità; appariva più che come un comico il custode dei supremi valori dell’intelligenza; aveva qualità espressive incontestabili. Oggi dobbiamo prendere atto che il cinema è dominato dal caso; il caso vuole che le facce dei comici attuali non reggano i primi e i primissimi piani e non buchino, come si dice in gergo, il video. Si sente quando spuntano sul parapetto del casalingo schermo che hanno alle spalle una salda tradizione di gregarismo. Le loro manchevolezze traspaiono come una radiografia della loro immagine; favoriscono il rimpianto di Totò, Sordi, Campanile e Walter Chiari. Si è arrivati al punto di riciclare tutto il vecchio repertorio della comicità nata durante il fascismo, quando stimoli apparentemente deboli esercitavano un’influenza sui processi di persuasione. Incoraggiante è stato il riapparire, nel programma “Techetechetè”, di Carlo Verdone, arbitro comico di se stesso, dei propri valori che si distingue da un corpo di ballo grigio, scolorito come quello offerto da certi comici di oggi. Verdone non è mai stato e non sarà mai uno “spaghettante dello spirito”; ha la particolare dote di combinare l’assurdo con il reale.

Maurizio Liverani