DA LEADER A MACCHIETTA

di Maurizio Liverani

Ciò che resta del Pci persegue l’occupazione totalitaria di tutti i centri di potere. Nonostante questa occupazione alla quale pochi si oppongono, il Pd è “compatto” soltanto nei rancori dei suoi massimi esponenti. Paolo Gentiloni è un premier al quale è stato regalato Palazzo Chigi perché, tra tanti rissosi esponenti del suo partito, è gentile e amabile con tutti; ma, come improvvisamente si è acceso, presto si spegnerà. Chi avrà il coraggio, al momento prescelto, di insultarlo, calunniarlo, additarlo come nemico della democrazia? Nel gergo ciclistico sarebbe annoverato nel ruolo di “succhiatore”; tale è il corridore che sfrutta lo slancio di chi lo precede. Con il successo delle ultime primarie, Matteo Renzi è tornato a farsi bello e si accinge a mettere il dito nelle tante piaghe del Paese; è però persuaso di non avere al pié del suo letto grandi adoratori. I mammasantissima del postcomunismo si guardano stupiti per non aver capito in tempo la struttura dell’ex sindaco di Firenze; tutti si auguravano che le primarie si sarebbero tradotte, per lui, in una semi-sconfitta. Tra le tante magagne di questa invadente costruzione politica non è stato ripudiato lo strabismo di Massimo D’Alema il quale, da quando non è più deputato, parla del suo avversario come di uno stalinista. Ma ormai il cosiddetto “leader maximo” somiglia a quei conduttori di autobus che presentandosi a un concorso di guida declinano le proprie referenze: “mille incidenti!”. Irsuto nell’espressione, si intona al momento politico italiano come se fosse il custode dei supremi valori della democrazia. Dietro il refrain dell’indistruttibile perennità comunista, l’iracondo ex segretario del partito designa ogni suo oppositore in questi modi: 1) pagato, 2) reazionario, 3) massone, 4) mafioso, 5) agente degli Usa. Su quest’ultima incarnazione si insiste, in questo momento, poco perché si fa sempre più consistente il sospetto che nell’affaire Moro e nel processo Craxi abbia messo diversi zampini, forse tutti. Si resta inebetiti a sentire certe rivelazioni. A dispetto delle insinuazioni D’Alema addotta la tecnica del falconiere che cerca di prendere pernici dove ci sono pernici e quaglie dove ci sono quaglie. Come falconiere, gioca la carta del “tenero” con il Vaticano; se non si è amici con costassù e non potendo più uncinare qualche frangia del parlamento, arpionando da sinistra a destra, si è un leader posticcio, adulterato da ideologismi raccattati un po’ qua e un po’ là. Sa ormai che non gli riesce più strappare consensi. Tutte le volte che appare in video tradisce una rabbia incontenibile che lo rende goffo e balbettante. Dicono che passi notti di rigida insonnia e sotto la pioggia degli sberleffi barcolla come quelle macchiette che diffondono motteggi e buonumore.

Maurizio Liverani