DATECI L’ARETINO !

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI

DATECI L’ARETINO !

La soavità della lingua italiana è introvabile nei notiziari televisivi che sembrano colti da un sorprendente masochismo linguistico. Può subito nascere il desiderio di ricercare un libro in cui la lingua italiana sia trattata con garbo, con una felicità che riconciliano con l’italiano deturpano dalla dizione televisiva. Leggere, ad esempio, l’Aretino è una conversione alla gioia. Domanda: perché una lingua così bella è usata come un listino a lutto, per giunta spesso incomprensibile? La stessa impressione si ricava anche nei talk show e negli spettacoli di intrattenimento. Si ricorre così all’Aretino che si “avventa – come scrive nei ‘Ragionamenti’ – sulle parole come la fame sul pan caldo”, volendo intendere che ne trae la parte più squisita. Ne hanno fatto l’Anticristo in persona perché scrisse sonetti lussuriosi, appezzati da un letterato raffinatissimo come Guillaume Apollinaire. L’Aretino fu definito anche il “flagello dei principi”, levò fulmini sulle teste più alte come sulle più alte montagne. Ha lasciato molte opere importanti e anche religiose le quali, pur di notevole valore, non gli valsero la clemenza della Chiesa. Nei “Sonetti lussuriosi” è rispettata al massimo grado la prosa “argutetta e saporosa che disfogata la collera indulgenziava”. Aretino è un linguista superiore anche i grandi della nostra letteratura. Gli attuali cronisti dovrebbero studiarlo perché oltre al gaudio ne trarrebbero alimento per il loro formulario. Ci pensi l’attenta Monica Maggioni, la lingua italiana, se rispettata, induce l’ascoltatore a meditare, non soltanto a imprecare. “L’opera è così gradevole – scrive Apollinaire – e quanto mai attraente”; non per le scuole italiane dove non può essere materia di studio chi volle sulla sua tomba questa epigrafe: “Qui giace l’Aretin, poeta Tosco, di tutti disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir ‘Non lo conosco!’”, scritta ironicamente da Paolo Giovio, vescovo e storico.
 
MAURIZIO LIVERANI