DESTRA E SINISTRA VACILLANO

di Maurizio Liverani

“Temo”, scrive André Glucksmann, il filosofo francese scomparso, “che la sinistra approfitti della stupidità della destra per bearsi della propria stupidità”. Si tratta di una forma di stupidità che mal sopporta la dolcezza dell’oblio. I discepoli della sinistra e della destra esigono a gran voce che la loro opera – produttrice di danni incalcolabili – sia giudicata attuale. La stupidità della destra e della sinistra fa di tutto per mettere in imbarazzo Matteo Renzi il quale è stato accolto di malumore ma prima è stato sottoposto a una “pesatura”. Come sindaco di Firenze si era comportato da buon democratico, con troppe idee ma con molta furbizia in cambio. Nel partito è stato un po’ fuori dei ranghi, da isolato un po’ alla “dio boia”. Con gusto esibizionistico, nella sua città ha contrapposto un attivismo democratico all’inevitabile declino della sua fazione. Si è sempre mosso con iniziative autonome. A Roma lo si considerava non determinante, quasi pleonastico alla stregua di un segretario di partito locale come tanti altri. Il partito voleva tenerlo “a latere”, soprattutto per volontà degli apostoli di tanti misfatti. Per stare su una sponda sicura, Renzi è andato direttamente ad Arcore da Berlusconi; aveva intuito che le Botteghe Oscure erano ormai diventate le “retrovie”. Non dette alcun peso alle obiezioni: Berlusconi è leader di Forza Italia? (ricopriva questo grado nel momento in cui la sua fazione era in “panne”). Perché colloquiare con un avversario dai modi cortesi ma che corre il rischio di essere sorpassato da quali altre forze? Che fare? Da Firenze, Renzi aveva da tempo capito che c’era bisogno di riabilitare il partito agli occhi della base e battere la strada del rinnovamento – in un periodo in cui le nuove generazioni non sentono più il richiamo della falce e martello, né dei falsi miti. Giocare la carta del mito Enrico Berlinguer era tempo perso; un mito con il carico di convergenze clericali per arpionare Democristiani, socialisti, repubblicani, sacrestani, piccoli prelati, parroci di campagna. In un trattatello scritto sotto “dittatura” da un membro a vita della segreteria (dove si distingueva per assenza di lampi) del partito, Massimo D’Alema era stato elevato al livello del Migliore, pur di minimizzare il prestigio del sardo Enrichetto. D’Alema era impegnato, in quel momento, nel ripudiare questa figura che aveva messo le ali ai quarantenni che volavano sulle teste dei sessantenni e dei settantenni (che non lo stimavano), trattati, con D’Alema prima e Veltroni poi, come carbonella. In parole povere, Matteo Renzi fece capire a Berlusconi che quei compagni erano da considerarsi dei bidoni. E se erano approdati sulle sponde della socialdemocrazia era per la stupidità della destra. Non erano affatto i garanti di una continuità nel cambiamento ma post-comunisti avidi di poltrone. Silvio Berlusconi gli fece subito intendere che anche lui stava conducendo una personale, ma un po’ dilettantesca, propaganda per scrollarsi di dosso personalità presuntuose con le quali era impossibile battersi contro un partito se pur fatto di bidoni. Sia a destra che a sinistra, un miscuglio di ducismo e pragmatismo poteva dare soltanto un arrogante odore di parte. Nessuno era in grado di dimostrare una oculatissima capacità di cogliere lo spirito dei tempi. Le urne davano costantemente risultati negativi. I partiti hanno bisogno di una volontà, solo con questa possono combattersi e trovare accordi. Renzi e Berlusconi si trovarono in sintonia su un principio base della democrazia: i partiti, per non destabilizzarla, possono a volte osteggiarsi e a volte trovare un clima di solidarietà.

Maurizio Liverani