DOLOROSA IRONIA

di Maurizio Liverani

La nomina a primo ministro di Paolo Gentiloni è uno “svarione” politico cercato. La poltrona di premier non faceva gola a nessuno. Il motivo? Si tratta di una scelta transitoria che durerà il tempo per sistemare alcune cose e per arrivare alle elezioni, alle quali Matteo Renzi si presenterà con alcune novità sconvolgenti. Una di queste potrebbe essere un nuovo partito che non abbia alcun addentellato con il vecchio. In attesa, ha tutto il tempo per preparare il processo a una classe politica che ha fallito deludendo gli ideali sorti con la Resistenza, incurante delle necessità delle classi produttrici e, con le sue malefatte, sente un gran bisogno di non ricordare le sue origini. Un fair-play ha consentito a politici screditati il silenzio sui loro misfatti; a dimenticare lo “stalinismo in senso lato” che hanno applicato in tutta Italia con “onorata” doppiezza. Dopo la caduta del Muro, i nostri editorialisti hanno dato per definitiva la fine del marxismo. I più resistenti hanno assunto tutti i travestimenti del caso; il loro motto è quello di Eduardo: “a da passa’ la nuttata!”. La “nuttata” sta passando rapidamente grazie alla volontà di una nuova generazione non coinvolta nelle magagne del passato. Sono stati messi fuori gioco anche i commessi del Politburo, il più incallito è morto. Di agguerriti custodi dell’ideologa non c’è più traccia; sopravvivono, in attesa di qualcosa di nuovo, soltanto nelle vignette. Il “vignettismo” agonizza. L’ideologia è rinnegata anche in modo goliardico e carnevalesco. Gli scagnozzi si incaricano di tenere viva la fiammella. Nel loro cervello procedono appaiate una labile fede nel comunismo e una gran voglia di peccargli contro. Il genio italico del trasformismo si mette in orbita da solo in qualche formazione che non ha alcun addentellato nella società. Denis Verdini è ora nell’ostello degli avviliti democratici. Silvio Berlusconi ha messo da parte il gusto del capo tribù e mal sopporta, in FI, una mosca tze-tze come Renato Brunetta. C’è ancora qualcuno che, pur di battere grancassa, traduce un semi-successo in una sconfitta; chi può cerca di condurre la vita vegetativa di una puerpera. Tutti gli schemi del sottopotere sono saltati. Si rimpiange Francesco Cossiga il quale sembrava il più sensibile alle idee e alle situazioni morali. Nelle sue interviste si sforzava di far capire come lo torturasse la rinascita di principi democratici. L’imperativo etico si riassumeva in questa distinzione: la Dc di prima era una “democrazia cattolica”, poi è diventata una “democrazia cristiana”. I credenti, invitati a studiare la differenza, sono soavemente passivi verso l’una e verso l’altra. Cristiano è nel frattempo il partito che si sfilaccia: il comunismo – era il pensiero di Cossiga – checché ne dicano i nuovi “preti”. La verità è che sono due opposti, gli stalinisti e i democratici; l’ex compagno la pensa così: con quale nemico dobbiamo collaborare? I due regni – la destra e la sinistra – fanno finta che non sia accaduto nulla di decisivo; non si chiede più una chiara presa di posizione. L’Italia appare ogni giorno di più un grande paese solitario che cerca la risposta ai grandi “perché”, se sia ancora possibile un’autentica democrazia. Lo fa con dolorosa ironia ma anche con tremore.

Maurizio Liverani