FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI
FLAIANO, SEMPRE PIU’ ATTUALE…
Al regista Elio Petri, Ennio Flaiano rimproverò di aver dato, nel film “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, a una guardia il nome di Mario Pannunzio, direttore del “Mondo” (nome che provoca le risate dell’ispettore interpretato da Volontè). “Pensando a Pannunzio avrei voluto sbeffeggiare tutta una classe di persone colpevoli di non credere nella repubblica conciliare, la repubblica del doppio dogma, quella comunista e quella cattolica”. Il necrologio dell’”Unità” alla morte di Flaiano grondava ignominia. L’articolista, intingendo la penna nella pece, non poté dire “servo dei padroni” soltanto perché Flaiano in una fulminante replica a chi gli chiedeva: “Perché non sei comunista?”, rispose spazientito: “Non ho mezzi …”. Aveva il terrore di confondersi con la politica; non si lasciò immatricolare “come tanti – scriveva – disperati intellettuali ansiosi di essere scambiati per quello che non si è, per rivoluzionari”. Flaiano aveva apprezzato il mio film satirico “Sai cosa faceva Stalin alle donne?”, e mi sembrava giusto coinvolgerlo in nuove imprese nelle quali sia io che lui credevamo soltanto per gioco. Presentai, dunque, lo scrittore al ministro dello Spettacolo Matteo Matteotti, persona squisita, appassionato violinista. I due simpatizzarono. Flaiano apprezzava del ministro l’idea di rendere nuovamente funzionale il Colosseo. Quando restammo soli, Ennio ebbe uno scatto d’ira degno di un grande attore: “Ma come fa ad essere un politico un così grande violinista? …”. Riecheggiava un’ironia di Mino Maccari: “La politica sottrae alle arti i migliori ingegni nazionali. I peggiori continuano ad occuparsi di politica”. Se avesse dato qualche speranza al regime clerico-comunista creatosi nel dopoguerra, Flaiano avrebbe una strada o una piazza lui intitolata. Ce l’ha, e non poteva non averla, a Pescara dove è nato. E dove sono chiamati “vitelloni” i perdigiorno che d’estate aspettano l’alba al caffè D’Amico per poi andare in spiaggia a raccogliere pesciolini, i famosi “paparazzi”. I “vitelun” Federico Fellini li fece passare per un proprio personale ricordo della “sua” Rimini. “L’età – scrive Flaiano nel ‘Diario notturno’ – mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo Paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro unica verità; noi ne abbiamo infinite versioni”. L’astiosa avversione dell’intellettualità (“organica” alla politica) italiana è riassunta in questa sua frase: “L’arco costituzionale non ci ama”.
MAURIZIO LIVERANI